L’Apollonide del titolo del film di Bertrand Bonello, è un casa di tolleranza parigina. Il film racconta, a cavallo tra XIX e XX secolo, le storie di un gruppo di prostitute che condividono le stanze di questa casa, tra riti collettivi (la visita del ginecologo, temuta perché spesso portatrice di cattive notizie), notti in bianco a compiacere i clienti e la sensazione di trovarsi incastrate in una vita senza futuro (“raramente gli uomini sposano una prostituta”). Senza una vera e propria narrazione, si procede per episodi e aneddoti: c’è la ragazza che già fa questa vita da 16 anni e per tirare avanti fuma oppiacei, e quella che va sempre con lo stesso cliente (la nostra Jasmine Trinca); c’è la nuova arrivata che sembra timida e invece si scopre “fatta” per il mestiere, e quella che viene usata come una bambola. E via così. E poi ci sono le disgrazie, nella forma dell’improvvisa diagnosi di una malattia venerea, o in quella di un cliente violento, che ti lega al letto e poi ti sfregia. E proprio una ragazza sfregiata – la bocca tagliata come il joker di Heath Ledger – diventa una sorta di fenomeno da baraccone e al contempo l’attrazione più richiesta del bordello, invitata a peso d’oro (oro utile, la maitresse è piena di debiti) a feste private ad alto tasso erotico da ricchissimi borghesi annoiati (e siamo di nuovo dalle parti di Sleeping Beauty).

L’intento, sottolineato da un finale in cui si saltano 110 anni e si mostrano delle prostitute nella Parigi contemporanea, vorrebbe evidentemente essere sociale, ma quello che emerge è solo una messa in scena barocca e un’umanità immobile, le cui storie procedono a fatica appesantite da una pioggia di simbolismi ridicoli (maschere, lame, pantere) – che supponiamo pretendano di avere connessioni con la psicanalisi – e da un ritmo irregolare e contemplativo. Per di più addensato in una manciata di scene madri (il funerale della ragazza morta, la vendetta ai danni dello sfregiatore, la donna che piange sperma) così campate in aria da essere svuotate di qualsiasi significato. In modo tale che ogni cosa sembra non tanto frutto del coraggio o della passione, quanto piuttosto del caso.

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