Primo film in concorso e primo piccolo scandalo al Festival di Cannes, con il pubblico a tratti in imbarazzo. Sleeping Beauty è la storia di Lucy (Emily Browning, la protagonista di Sucker Punch) studentessa universitaria che paga la retta, l’affitto di casa e il mantenimento della madre alcolizzata, mettendo assieme addirittura tre mestieri: la cameriera, la cavia in un laboratorio medico e l’accompagnatrice (leggi escort). Tra uno e l’altro fa visita a un amico, forse un ex cliente, alcolizzato pure lui, cui vorrebbe pagare una clinica per la disintossicazione. Quando i tre lavori non bastano più, ne sceglie un quarto: per 250 dollari l’ora vende il suo corpo addormentato (viene sedata ogni volta) a uomini ricchi e soli, in una grande villa di campagna. Unica regola della casa, è vietata la penetrazione. Ma a furia di essere “usata” nel sonno, a Lucy sale la curiosità di sapere cosa accade durante quelle ore di incoscienza…
Opera prima della scrittrice Julia Leigh, Sleeping Beauty è un melò erotico e raggelato che richiama alla mente il cinema di Peter Greenaway per la composizione pittorica delle inquadrature, abbinata all’ossessione per il corpo. Girando con consapevole insistenza attorno all’accoppiata freudiana eros/thanatos, la Leigh mette assieme un affresco femminista in cui gli uomini sono figure patetiche (flaccide, codarde, aggressive, sconfitte) che si sbriciolano di fronte al corpo svelato, svestito, acerbo, bianchissimo di Emily Browning (che affronta il ruolo con coraggio impressionante, lasciandosi manipolare in ogni modo da uomini di cui potrebbe essere la nipote). La natura del film è intellettuale, la forma ricercata, la storia pruriginosa. Se la terna vi attira, è il film che fa per voi.

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