Ha voglia di parlare Pedro Almodóvar, di raccontare La pelle che abito (La piel que habito) ai giornalisti che questa mattina hanno applaudito la sua pellicola. Un thriller-horror («nella mia carriera ho esplorato diversi generi e ora questo è quello che mi permette di esprimermi più liberamente; non escludo che potrei farne altri in futuro»), dove arte e scienza collidono e dove il regista spagnolo ritrova Antonio Banderas, suo attore-feticcio dai tempi di Legami. «Tornare a lavorare con Pedro è stato come tornare a casa», ha dichiarato quest’ultimo. «La pelle che abito è stata quasi la continuazione naturale di Legami. Come se non fossero passati più di 20 anni da allora», ha aggiunto il regista, che per questo film si è lasciato ispirare dal romanzo di Thierry Jonquet, Tarantula: «La cosa che più mi ha colpito e l’unico aspetto del libro che ho voluto mantenere anche nel film è l’estrema sete di vendetta del medico (il protagonista interpretato da Banderas, ndr). Uno psicopatico tanto spietato e turbato interiormente quanto freddo esteriormente». «Non è stato facile», ha ammesso Banderas. «Ho dovuto lavorare molto per riuscire a trovare un tipo di interpretazione minimalista, calibrata e terribilmente fredda che bene riuscisse a esprimere la psicologia malata del mio personaggio. Questa volta Pedro è stato molto più esigente sia con se stesso sia con noi attori. Lo ringrazio per avermi condotto all’interno di un film nuovo e molto diverso da quelli fatti finora e per aver scelto questi giovani attori spagnoli così pieni di talento. Grazie a loro il cinema spagnolo ha un futuro». Il riferimento è a Jan Cornet e soprattutto a Elena Anaya, la co-protagonista del film: «E’ stato un onore poter lavorare con un regista meraviglioso come Pedro. Vera, il mio personaggio (che tra l’altro di cognome fa Cruz, molto probabilmente un omaggio a Penélope, musa del regista, inizialmente coinvolta nel progetto e poi sostituita, ndr), ha rappresentato una sfida bellissima, perché in lei coesistono un istinto di sopravvivenza animale e una profonda umanità».

Al di là del romanzo da cui è tratto, sono state molte le fonti che hanno ispirato Almodóvar durante la scrittura della sceneggiatura: dai thriller di Fritz Lang («vi confesso che sono stato molto tentato di girare La pelle che abito in bianco e nero e muto; poi ho capito che sarebbe stato inappropriato») al film Occhi senza volto di Georges Franju («l’unica citazione cinematografica presente nel mio film, anche se quella era una storia dai toni fantastici mentre la mia è molto reale: la transgenesi è una pratica diffusa nella nostra società, non solo in campo medico ma anche alimentare e tessile»); da Frankenstein («naturalmente il mio film ricorda anche quella storia; se Frankenstein volesse aggiungersi a questa famiglia sarebbe il benvenuto») alla mitologia greca («in particolare il mito di Prometeo, il titano che rubò il fuoco agli dei; nel mio film il fuoco è la transgenesi e il personaggio di Antonio il titano»). Del resto, come ha spiegato bene Almodóvar, «il mestiere del regista è quello che più si avvicina al lavoro di Dio, perché permette di creare, dando forma alle proprie fantasie e fantasmi. Un potere enorme e quello che più mi interessa». (Foto Getty Images)

Leggi la recensione di La piel que habito

Scopri tutte le ultime novità dal festival di Cannes

© RIPRODUZIONE RISERVATA