Il Festival di Cannes ha tante anime. Il Concorso e il Fuori Concorso, vetrine per gli ultimi lavori dei grandi autori e per qualche perla delle cinematografie minori; Un Certain Regard, sorella minore del concorso, generalmente dedicata a opere più sperimentali e autori più giovani, con la partecipazione frequente di opere prime, anche non in anteprima mondiale (quest’anno Miele, di Valerie Golino, e Fruivale Station, il vincitore del Sundance Film Festival 2011); la Quinzaine des Realizateurs, prestigiosa sezione parallela del Festival, ovvero che va in scena negli stessi giorni (a poche centinaia di metri dal Palais), ma non fa parte della selezione ufficiale: qui trovano spesso rifugio opere di registi importanti ma non ritenute all’altezza del Concorso (come The Congress di Ari Folman o La Danza de la Realidad di Alejandro Jodorowski), e anche parecchio cinema di genere (The Last Days on Mars, We are What We are); e infine la Semaine de la Critique, serbatoio di cinema “difficile”, giovane e innovativo, che quest’anno ha visto il trionfo del film italiano Salvo (leggi il nostro approfondimento). In tutto una settantina di film.
Ecco i migliori e i peggiori a nostro parere.
Il meglio di Cannes 2013
1) La vie d’Adèle di Abdellatif Kechiche (Concorso)
L’adolescenza è il luogo dei segreti. Il film più bello di Cannes 2013 è una storia d’amore tra una liceale con la passione per le lettere e una studentessa di Belle Arti con i capelli blu. Adele è una figlia della piccola borghesia conservatrice, curiosa e generosissima; Emma viene dalla classe media, intellettuale e progressista, e vuole diventare una pittrice. Per Adele la felicità è Emma, e il sogno diventare un insegnante. Per Emma la felicità e il sogno sono l’Arte, la sua identità sociale. L’amore folle, disarmante, è raccontato come poche volte (forse mai) nella storia del cinema: assomiglia alla vita così tanto che non li distingui più. La prima lunghissima scena di sesso tra le ragazze (5 minuti!), esplicita da restarci secchi, è la cosa più simile al sesso vero (non alla sua rappresentazione artistica, né alla sua esibizione pornografica) che abbiamo mai visto. Poi la storia finisce, e ti resta il groppo in gola per tutta la notte (almeno). Indimenticabile.
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Il film verrà distribuito in Italia da Lucky Red.
2) Blue Ruin di Jeremy Saulnier (Quinzaine)
E questo da dove salta fuori? La vera sorpresa del festival è un revenge movie di un tizio mai sentito (girato con due soldi e prodotto con l’aiuto del crowfunding!) che inizia seguendo la vita di un barbone e poi – quando un assassino esce di prigione – si trasforma prima in una caccia all’uomo, e poi in un regolamento di conti tra famiglie. Scrittura semplice e funzionale, regia intelligente, interpretazioni superlative. E infatti è già stato venduto in mezzo mondo (in Italia no). Qui sotto, una clip del film.
3) All is Lost di J.C.Chandor (Fuori Concorso)
Dopo Margin Call (in Italia in Blu ray grazie a 01 distribution), J.C. Chandor conferma di essere uno bravo, ma parecchio bravo. All is Lost è la storia di un uomo alla deriva nell’Oceano Indiano, che cerca di restare in vita. 120 minuti senza dire una parola (giusto qualche “fuck” di frustrazione): solo la natura, ostile e indifferente, e la volontà del singolo come ultimo baluardo. Non uno spiffero di misticismo: la salvezza ce l’abbiamo nelle braccia e nella testa. Maestoso.
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4) Only God Forgives di Nicolas Winding Refn (Concorso)
Il film meno compreso del Festival, e anche quello più strettamente legato alla vita e alle ossessioni del suo autore. Per forza non è piaciuto: si aspettavano tutti un sequel di Drive, con un eroe vendicatore infallibile e abbronzato, e invece è la storia di un mezzo psicopatico innamorato di sua madre che dimostra un’impotenza cronica (sessuale, psicologica, atletica), finendo sempre per sbattere su volontà più forti della sua. Massacrato, monco. Un bellissimo film sulla frustrazione, ipnotico, coraggioso e commercialmente suicida.
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5) The Immigrant di James Grey (Concorso)
Cinema per chi ama il cinema, classico in modo istantaneo. Costumi, luci, scenografie, interpretazioni: ogni aspetto tecnico è spremuto al massimo delle sue potenzialità. Ma in mezzo allo sfoggio impressionante di bravura, il cuore prima fa capolino, poi occupa la scena: e in sala piovono lacrime come fosse La Traviata. Joaquin Phoenix ha uno dei ruoli più belli della sua carriera, e la Cotillard è incantevole.
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Il peggio di Cannes 2013
1) Nothing Bad Can Happen di Katrin Gebbe (Un Certain Regard)
Non c’è niente di peggio del cinema inutilmente brutale. “Inutilmente” nel senso che non intrattiene, non fa pensare, e fa pure sbadigliare. Questa storia di un giovane punk ultracattolico che viene prima preso in casa e poi massacrato da una coppia di pazzi con due figli, e tutto sopporta in nome di un’attitudine alla sofferenza fine a se stessa (che evidentemente la regista associa alla fede), è talmente idiota e pretestuosa che trovarla a Cannes ha dell’incredibile. Unico film tedesco presente in una qualsiasi delle sezioni del Festival: in Germania, se si parla di cinema, sono messi molto peggio di noi. Sotto, una clip del film.
2) Heli di Amat Escalante (Concorso)
Non c’è limitazione di budget o eccezione culturale (siamo comunque in Messico, non nel Ciad di Grigris) che possa giustificare un film così ignorante nella scrittura e nella recitazione. Resterà negli annali per la scena di castrazione più brutale mai vista al Festival, ma sarebbe meglio dimenticarselo.
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3) Borgman di Alex van Warmerdam (Concorso)
Tronfio, leccato, senza senso, falsamente sofisticato (sensazioni confermate durante la conferenza stampa del regista, che rifiuta si dia qualsiasi interpretazione alla storia). Racconta di un demone dei boschi che vive nel sottosuolo e – una volta stanato da un prete munito di fucile – cerca rifugio nella casa di un uomo ricchissimo e arrogante. Qui, fingendosi un giardiniere e con l’aiuto di alcuni complici, sventra il parco che circonda la casa, seduce moglie e babysitter, ruba l’anima dei piccoli, infine ammazza l’uomo. Vorrebbe forse essere satira antiborghese, ma non gliene può fregare di meno a nessuno. Qui la brutalità è sempre fuori dal quadro, ma l’esito è altrettanto irritante.
Qui sotto il trailer.
4) Magic Magic di Sebastiàn Silva (Quinzaine)
Potrebbero usarlo come pubblicità per gli orologi da polso, perché non puoi fare a meno di guardare le lancette ogni cinque minuti. E sì che i nomi dei protagonisti – Juno Temple, Michael Cera, Catalina Sandino Moreno – e la direzione della fotografia di Christopher Doyle, facevano sperare in un prodotto almeno interessante. Si racconta di due amiche americane in vacanza su di un’isoletta del Cile con alcuni amici del posto. Poi una delle due comincia ad essere preda di attacchi d’ansia, sente e vede cose che non accadono (niente di terribile, giusto un pappagallo morto o una pecora che cade in acqua). Sta sempre peggio, si strappa i capelli, e alla fine decidono di portarla da alcuni stregoni, che mettono in piedi un rito con viscere d’animale e erbe puzzolenti. Fine. Sarebbe un film sulla psicomagia, ma è girato come se il regista non avesse idea di cosa sta facendo.
5) Nothing Left To Fear di Anthony Leonardi III (Marché)
Va bene, non è esattamente un film del Festival, è un film del Mercato, ma insomma, fa lo stesso. Siamo andati a vederlo perché è prodotto da Slash, proprio lui, l’ex chitarrista dei Guns’n’Roses, e hai visto mai che scopriamo un nuovo Rob Zombie. Purtroppo no.
Horror sulla famigliola di un pastore protestante che si trasferisce in un nuovo paesello di campagna, dove – si scopre poi – sacrificano adolescenti per tenere buono qualche demone locale. Attori catatonici, ritmo soporifero, effetti speciali fatti con l’iPhone in aereo, durante una turbolenza. In compenso la storia è stravista e il rating per tutti. Avete già l’acquolina in bocca?
