“Perché ho scelto questa storia? Perché quando la leggevo ai miei figli, li vedevo illuminarsi”, spiega Steven Spielberg, il vero gigante del film The BFG (qui la nostra recensione). Magari anche quello che dice è una favola, ma la racconta bene. “E’ vero; non è nato da un progetto ‘commerciale’, questo film, ma dai miei figli”. E in effetti, due dei suoi sette figli – dei quali due adottati – hanno dieci anni, e possono davvero aver ascoltato le fiabe di Roald Dahl da papà Spielberg fino a poco tempo fa. “Ricordo come rispondevano felici, con le loro espressioni, alle pagine del libro. È nato tutto così”, assicura Spielberg.

“Poi abbiamo contattato la famiglia di Roald Dahl, si sono detti contenti del progetto”, prosegue Spielberg. Dahl è morto nel 1990. “E così, è nato il primo, tra i miei film, che potrei definire una autentica storia d’amore. Se questo amore verrà percepito dal pubblico, questa storia troverà accoglienza in tante case”. E se troverà accoglienza, sarà anche merito di Mark Rylance. “Il casting è la cosa più importante di tutto il lavoro”, dice Spielberg. “E con Mark ho indovinato la persona giusta. Siamo diventati una famiglia, con lui; mi sento fortunato ad essere suo amico”. E se lo dice Spielberg, vale non poco.

“Non so se ho avuto dei modelli nella realtà per il mio gigante, ma a pensarci bene sì: due persone che lavoravano nel giardino di mio padre, nel Kent”, dice Rylance. E lui, Spielberg, lui che ha chiamato la sua casa di produzione Dreamworks, artigianato di sogni, lui che racconta la storia di un gigante che coglie sogni per donarli agli uomini, che sogni fa? “I miei sogni li vivo da sveglio: il mio lavoro, il mio processo creativo sono i miei sogni. Tutto quello che faccio, da tutta la vita, è giocare con i miei sogni e con quelli degli altri”. E quando dorme? “In realtà, Steven non dorme mai!”, risponde pronto Mark Rylance.

Foto: Getty Images

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