È Roma, eppure non è Roma. La piazza si spalanca sotto il cielo tiepido d’aprile: ai quattro punti cardinali si affacciano templi, monumenti ai caduti, un arco di trionfo e una doppia fila di colonnati che ricorda il Colosseo, eppure non è il Colosseo. Le scalinate sono di pietra, ma i fregi, le colonne, le sculture, perfino le pareti, sono in vetroresina, e al tocco risuonano vuote e leggere come cartapesta. La sensazione, sotto la luce verticale di mezzogiorno, è quella di essere finiti dentro un quadro di De Chirico. Invece è un enorme scenario di finzione, il cuore pulsante del cinema italiano, lo spazio aperto in cui mondi distanti e storicamente incompatibili – Assisi medievale, Broadway a inizio 900, la suburra della Roma imperiale – confinano gli uni con gli altri per necessità di produzione: in una parola, Cinecittà. Che celebra i suoi oltre 70 anni di storia – Cinecittà nasce nel 1937, come punto d’orgoglio e di slancio della macchina propagandistica fascista – con una mostra aperta al pubblico che sarà visitabile fino al 30 novembre. Un viaggio nella memoria costruito come un percorso multimediale a tappe, che parte dai mestieri del cinema – raccontati attraverso costumi, fotografie e oggetti di scena (c’è anche un cortometraggio che viene mostrato contemporaneamente in doppia versione: backstage e prodotto finito) -, passa per i protagonisti davanti e dietro la macchina da presa (da non perdere la sala Visconti, in cui vengono proiettati in loop i primi, timidi provini di future star, come Sofia Loren o Riccardo Scamarcio), e finisce accompagnando il visitatore all’interno dei set cinematografici. Proponendo però, accanto al percorso ufficiale, un percorso parallelo, affidato al destino e non programmabile: potrebbe a esempio capitarvi di imbattervi in Bernardo Bertolucci, che si prende una pausa durante le riprese di Io e te, il suo nuovo film (in 3D), ora in lavorazione dietro una porta chiusa che non ci è dato conoscere. Oppure in un signore con i capelli bianchi e i pantaloni sporchi di gesso, che emerge da un esercito di statue in finto marmo per raccontare una storia lunga 60 anni. Si chiama Adriano De Angelis, e la sua famiglia si occupa di decorare i set da tre generazioni (hanno iniziato nel 1919). “Questi qua sopra sono i lampadari del Salò di Pasolini, mentre quella è una statua del Gladiatore. Il film non l’hanno girato a Roma, ma Ridley Scott è venuto trovarmi lo stesso…” ci dice, muovendo piano le mani coperte di granelli bianchi. E tra busti, teste giganti e Buddha dorati, si rischia pure di sbattere su una piccola barca a motore, arenata sull’asfalto, perché, ci dice Adriano, “non c’ho mai tempo per metterla in acqua”. L’aneddoto rende bene l’atmosfera: qui ci si muove nella dimensione immutabile del mito, convitati di un banchetto di fantasmi, per poi riemergere d’improvviso al presente. Tra i costumi di Liz Taylor e Richard Burton in Cleopatra, passando per il saio di Sean Connery ne Il Nome della Rosa, troverete una foto rubata a Charlton Heston mentre gioca sul set di Ben Hur. Poco più in là Anna Magnani, in una pausa de La carrozza d’oro di Jean Renoir, siede su un marciapiede nel suo costume d’Arlecchino, con un cane sottobraccio.

Qui hanno girato Federico Fellini (il suo amato teatro di posa 5 si apre immenso e desolatamente vuoto, dietro un festone di Amici che si agita al vento) e Luchino Visconti, Martin Scorsese e Francis Ford Coppola, scrivendo le pagine di una storia italo-americana che oggi chiamiamo “Hollywood sul Tevere”, e che da tempo attendeva un riconoscimento e un apertura al pubblico, sull’esempio degli Universal Studio californiani. Qui, soprattutto, il cinema mostra la sua capacità di reinventarsi e rinnovarsi, anche materialmente, secondo le regole dell’industria e dell’artigianato: la Broadway di Dante Ferretti, che ha fatto da sfondo a Gangs of New York, è stata edificata sulla Roma di Concorrenza Sleale di Ettore Scola, ed è poi diventata la cornice del mitico spot di Gucci, Guilty, girato da Frank Miller. E ancora più in la, lo stupefacente scenario di Rome, il serial HBO lanciato nel 2005 – una vera e propria cittadella, completa di vicoli, cortili, piazze e mura di cinta – attende esso stesso di diventare altro da sé per il capriccio e l’ambizione di un produttore; trasformandosi magari in un pianeta alieno, o in un labirinto senza uscite, o nella reggia di un sovrano vanitoso. Con una sola certezza: smontando e ricostruendo i sogni, resterà altra polvere di stelle.


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