Non è facile dire se Man in the Dark sia un thriller o un horror, il regista è quello del remake di Evil Dead (per chi scrive, un’ottimo film), e produce la Ghost House di Sam Raimi, eppure non c’è ombra di soprannaturale, non ci sono veri momenti splatter, e oltre metà film si risolve in un inseguimento.

Mai come in questo caso, però, è lo stile a fare il genere, e la scelta dei dettagli da portare in primo piano, come quelle dei campi lunghi, descrive un territorio di caccia e suggerisce la presenza di un predatore, è cioè uno spazio tipico del cinema horror.

La storia è quella di una banda di topi da appartamento che progetta una rapina ai danni di un cieco, un uomo che ha ricevuto 300mila dollari dall’assicurazione dopo un incidente in cui è morta la figlia. I tre ragazzi che hanno pensato il colpo si infilano però in casa senza sapere che il proprietario, oltre che menomato, non ha tutte le rotelle a posto. E in particolare ha scelto un modo molto singolare per vendicarsi della donna responsabile della tragedia che lo ha colpito…

Qui il film diventa un gioco del gatto con i topi di cui, data l’incertezza di genere, non è facile prevedere il vincitore (gli horror di solito finiscono male, i thriller bene): nella casa si moltiplicano assurdamente piani, stanze, corridoi e cunicoli, la luce va e viene, e un paio di scoperte raccapriccianti alzano la suspense. Ma è molto più ciò che veniamo a sapere che turba, rispetto a quello che vediamo, così che la costruzione della tensione si affianca a quella del dramma dei protagonisti (ognuno ha il suo, ed è più di un pretesto) rifiutando la tentazione dell’exploitation.

Il film procede allora con un ribaltamento dopo l’altro: sembra sempre finita – in un verso o nell’altro – e invece non finisce mai, i corpi si rianimano, ogni fuga risolve uno stallo e ne inaugura un altro. La trovata migliore è nell’uso che si fa della cecità, che una volta tanto è davvero un limite: i colpi di pistola arrivano sempre a casaccio, sono meno utili di un coltello, e l’uso del sonoro li valorizza senza banalizzarli.
Alla fine si esce sazi e storditi, incerti sul film che si è visto, non sulla qualità del viaggio.

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