Una delle cose più divertenti del Comic-Con sono le proiezioni a sorpresa, solitamente dedicate al cinema di genere e all’horror in particolare. Nel pomeriggio di venerdì alcune ragazze distribuivano per strada ai passanti gli inviti di The Woods, dello specialista Adam Wingard (You’re Next), atteso per il prossimo autunno in sala (negli USA esce il 16 settembre).

Ci siamo quindi trovati per le mani l’invito quasi per caso, abbiamo raggiunto il cinema (distante una decina di blocchi dal Convention Center, quindi decentrato) e assistito alla proiezione. Nei poster appesi all’esterno, e nel grande cartellone all’interno del multiplex, continuava a campeggiare il titolo The Woods. Quando però il film è iniziato ci siamo accorti velocemente di alcune cose: si trattava di un found footage, era ambientato nel Maryland e… parlava della strega di Blair.

In particolare il film inizia con le ultime immagini di The Blair WItch Project: il respiro affannato, la capanna con impronte di mani sulle pareti e la strana figura girata di spalle. Dopodiché scopriamo di che si tratta: il fratello della protagonista di quella spedizione nei boschi vuole realizzare un documentario sulla scomparsa della sorella, tornando in quei boschi. A partecipare saranno – oltre a lui – la sua ragazza, una coppia di amici, e un’altra coppia di sconosciuti che si aggiunge all’ultimo momento e vive nella zona.

Di qui in poi il film ripercorre le tracce del capostipite (il sequel del 2000, che non usava il linguaggio del found footage, in pratica non viene considerato): lo scetticismo iniziale del gruppo, gli scherzi, i racconti intorno al fuoco, la comparsa delle prime bambole vodoo, l’irruzione del soprannaturale. L’unica vera differenza è nel numero e nella qualità delle camere. Oltre a un drone, che fa in fretta una misera fine, ce ne sono talmente tante ovunque (alcune fisse, la maggior parte mobili, molte piccolissime), che il montaggio può attingere a infiniti punti di vista.

Come nel primo film, per i primi cinquanta minuti gli spaventi sono pochi e derivano più che altro da improvvisi scontri tra i ragazzi che si perdono di vista in mezzo alla vegetazione. Quando poi scende la notte, e soprattutto ci si avvicina alla casa della strega, le cose degenerano velocemente e la tensione sale.
Alla fine della proiezione, ecco il colpo di scena: sullo schermo del cinema compare una nuova locandina con un nuovo titolo BLAIR WITCH. Viene mostrato un nuovo trailer esteso e, all’uscita della sala, anche il cartellone elettronico e tutti i poster sono cambiati, e recano il nuovo nome. Cose del genere succedono solo al Comic-Con…

Ma il film com’è? Basato ancora una volta su suggestioni visive caotiche e sull’uso del fuori campo abbinato a un sonoro frastornante, è in un certo senso un passo indietro in termini di genere, visto che il POV ha negli ultimi anni cercato di trovare strade nuove per apparire sempre più spontaneo e meno artefatto (basti pensare ai film costruiti soltanto attraverso le immagini che passano attraverso desktop e laptop, come Unfriended o Open Windows).
Eppure tornare indietro, pur nei limiti dell’esercizio di stile, giova: si riguadagna un certo aspetto artigianale, una certa ingenuità – diremmo quasi vintage -, che rende il film accattivante proprio perché privo di pretese metalinguistiche. Per il resto i meccanismi sono quelli soliti del sequel: più scene raccapriccianti (ci sono perfino parassiti che si muovono sotto pelle), più tempo dentro la capanna degli orrori e la strega che, anche se velocemente e in secondo piano, finalmente si mostra.

UPDATE – Qui il nuovo trailer, appena rilasciato, di Blair Witch.

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