Incontriamo Harrison Ford in un junket organizzato nel corso del Festival del Film Locarno, dove ha ricevuto il Pardo alla carriera e ha presentato la sua ultima fatica d’attore,  Cowboys & Aliens, recitando come “spalla” di Daniel Craig. Nonostante le remore iniziali sul film, l’attore ha ammesso di essersi divertito nei panni del burbero colonnello Dolarhyde e di aver gradito, una volta tanto, demandare le “responsabilità da protagonista” a un collega.

Non era convinto di questo film all’inizio. Ma in una recente intervista ha dichiarato: «Vorrei fare un film che la gente voglia andare a vedere». E’ preoccupato per l’industria del cinema?
HARRISON FORD
: «La gente guarda i film a casa. Non è salutare per il business. La miglior atmosfera per vedere un film è in una grande sala buia, seduti accanto a degli sconosciuti… Oggi al cinema il target dominante sono i ragazzi, i giovani maschi in America. Negli ultimi film che ho fatto, ho lavorato bene, mi sono divertito, ma non sono andato benissimo al box office e ho detto al mio agente: vorrei fare un film che la gente vada veramente a vedere. Quando ho letto la sceneggiatura non avevo capito che tono avrebbe avuto il film e ho parlato con Jon (Favreau, ndr) per capire meglio il senso e come stava pensando di realizzare il film. Il tono è molto importante in un film. Dal titolo sembra quasi uno scherzo. E’ un film molto diverso, originale sotto molti punti di vista, ma comunque aderente ai generi sci-fi e western. E il personaggio che ho avuto l’opportunità di interpretare è molto diverso da me. Non è esattamente un tipo simpatico, un personaggio in cui la gente non si identifica».

E’ stato il suo primo western
HF: «Sì, in 35 anni. Ogni 35 anni ne faccio uno (ride, ndr). I western non erano più di moda quando ho cominciato».

E’ stato difficile diventare un cowboy?
HF: «No, mi sono divertito molto. Io cavalco, ho dei cavalli. E’ uno sporco lavoro…».

Come ci si sente a non essere il protagonista?
HF: «Il personaggio non è adatto per essere un protagonista. Mi sono divertito. C’è un po’ di libertà in più se non interpreti il protagonista. Se lo sei, ti senti responsabile per tutto il film. Ti senti responsabile di coinvolgere tutto il pubblico, di piacere a tutti. Qualche volta è più divertente fare la spalla».

Lei ha interpretato molti eroi. Com’è cambiata questa figura al cinema?
HF: «Magari sembrerò noioso, ma non interpreto eroi. Interpreto un avvocato, un marito…».

E Indiana Jones? Chi è?
HF:  «Un archeologo. Vede, non si interpreta un eroe, ma il personaggio di una storia. E’ anche vero che la maggior parte dei ruoli da protagonista maschile nei film americani sono relativi a personaggi che si comportano in maniera appropriata in circostanze drammatiche e alla fine c’è l’happy end. E’ così che funziona un film americano. Ma non puoi pensare a questi schemi quando lavori».

Nel film c’è un’interessante relazione padre/figlio. C’è qualcosa di biografico?
HF: «Fortunatamente i miei figli si comportano decisamente meglio rispetto al mio figlio naturale nel film. La crudeltà e la durezza del mio personaggio hanno fatto crescere un figlio del genere. Il giovane indiano è una sorta di figlio surrogato per il colonnello… e poi c’è anche il ragazzino. Il mio personaggio in fondo non è altro che un padre, forse la peggior specie di padre, ha la possibilità di redimersi. Ed è un aspetto che credo possa interessare il pubblico».

Essere padre è un lavoro più difficile che essere un attore?
HF: «Sì, ma non paga altrettanto bene (ride, ndr). E’ un lavoro complicato. Ho cinque figli e il più piccolo ha dieci anni».

Il film è un adattamento di un comicbook. Cosa pensa di tutti questi cinecomic al cinema?
HF: «Non lo so. Non li conosco. Non li guardo. Non mi piacciono. In realtà non guardo film a casa e non ho l’opportunità di andare spesso al cinema. Quando lo faccio, di solito vado con mio figlio di dieci anni, che guarda film per ragazzini».

Molti grandi attori del cinema, tra gli ultimi Dustin Hoffman, hanno accettato di partecipare a delle serie tv. Lei ci ha mai pensato?
HF: «La tv assomiglia troppo a un vero lavoro. Lavori nello stesso posto, con la stessa gente, interpretando lo stesso personaggio e le stesse storie. Ho scelto di diventare attore proprio per non dover fare questo genere di cose. Mi piace lavorare con gruppi di persone diverse su progetti diversi. Quando ho lasciato il college, i miei compagni si apprestavano tutti a diventare dei professionisti, a lavorare nello stesso ufficio per venticinque anni, giocare a golf… Non volevo niente del genere».

Favreau ha spiegato che sul set lei raccontava spesso aneddoti di vecchi film. E’ un nostalgico?
HF: «No, non lo sono. Non lo sono affatto».

Preferisce avere lo sguardo rivolto al futuro?
HF: «Al presente. Non penso neppure al futuro. Vivo il presente».

Nell’ultimo periodo, i disaster movie, gli alien movie sono tornati in voga. C’è una connessione sociale? Il mondo ha paura di qualcosa?
HF: «Dobbiamo aver paura di molte cose. Si potrebbe fare un film sullo sfruttamento del pianeta da parte dell’uomo. Questa è la storia più drammatica da raccontare. Siamo sei miliardi di persone. In una trentina d’anni saremo nove miliardi e le risorse del mondo non basteranno. Dovremo essere ingegnosi per destreggiarci in questa situazione. Dovremo essere parsimoniosi con le risorse che abbiamo, se vogliamo continuare a vivere qui. La natura non ha bisogno dell’uomo. E’ l’uomo che ha bisogno della natura».

Non ha mai vinto un Oscar. Le dispiace?
HF: «Non mi importa. Mi piace il mio lavoro, fare film, essere un attore. Sono già grato di questa opportunità. Non mi interessa essere premiato per questo. E’ bello che i miei film piacciano alla gente. Preferisco questo genere di riconoscimento. Sono orgoglioso dei film che ho fatto».

Ha detto che lei non guarda al futuro. Ma sul database Imdb c’è un nuovo Indiana Jones nel suo futuro. Tornerebbe nei panni di Indiana Jones, magari ringiovanito grazie alla performance capture?
HF: «E’ un altro tipo di lavoro. Grandi attori si sono cimentati con questa tecnica e rimane una performance, fisicamente. E’ un’altra forma di lavoro, ma credo sia noioso. Perché amo lavorare con altre persone, mentre con la performance capture spesso lavori da solo».

Com’è stato lavorare con Daniel Craig?
HF: «Bellissimo. E’ un attore molto generoso e non perché ti offre da bere. Anche un po’ per quello. Intendo che è sempre pienamente presente. Daniel è un gran lavoratore, molto intelligente nel saper raccontare una storia. Io sono stato ingaggiato per il progetto dopo di lui ed è stato molto generoso nel lasciarmi lo spazio per sviluppare il mio personaggio più di quanto non lo fosse originariamente. E’ anche molto divertente. Mi piace lo humour inglese».

Sta per girare un altro western Sarà Wyatt Earp? E’ corretto?
HF: «Non si svolgerà nel West, ma a NYCity. 1929. WE è diventato un detective privato. Ed è un fatto vero, lavora per un avvocato divorzista. Fa un lavoro umiliante per lui. Viene coinvolto dalla vedova di Bill Hicock, il cui figlio è in pericolo e i due cercheranno di salvarlo. E’ tratto dal libro Black Hats».

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