Forse i più attenti a quanto sta succedendo alla Mostra del Cinema di Venezia avranno già incrociato il suo nome. Si chiama DAU, dura 195 minuti più un intervallo di un quarto d’ora e per dimensioni, ambizione e argomento potrebbe sembrare una specie di incontro impossibile tra The Brutalist e Oppenheimer. Al centro c’è infatti un uomo realmente esistito, il fisico sovietico Lev Landau, premio Nobel nel 1962, raccontato attraverso la sua vita privata, il suo lavoro e il progressivo coinvolgimento della scienza nelle esigenze militari dell’Unione Sovietica. A interpretarlo non c’è neppure un attore professionista, ma il celebre direttore d’orchestra Teodor Currentzis.
Già questo basterebbe per parlare di un film decisamente fuori scala. Il punto, però, è che DAU è soltanto il risultato più recente di qualcosa di molto più grande. Per realizzarlo il regista Ilya Khrzhanovsky ha impiegato circa vent’anni, costruito in Ucraina un gigantesco istituto sovietico perfettamente funzionante, fatto vivere centinaia di persone al suo interno come se si trovassero realmente nell’URSS, coinvolto veri fisici, ex membri dei servizi segreti e persino autentici neonazisti, accumulando circa 700 ore di materiale in 35 mm. Prima ancora che il film su Landau venisse annunciato tra quelli in concorso a Venezia, da quelle riprese erano già nati numerosi altri lungometraggi, installazioni artistiche e progetti paralleli.
DAU e quel pezzo di Unione Sovietica
L’origine del progetto risale al 2005, quando Khrzhanovsky, reduce dal successo festivaliero del suo primo lungometraggio 4, iniziò a pensare a un film sulla vita di Lev Landau. Nel 2006 il progetto entrò anche nell’Atelier del Festival di Cannes. L’idea di partenza era quella di realizzare un biopic ambizioso ma ancora riconoscibile come tale. Poi tutto cambiò: per ricostruire l’ambiente nel quale Landau e altri scienziati sovietici avevano vissuto e lavorato, la produzione iniziò a edificare nei pressi di Kharkiv, in Ucraina, una struttura gigantesca di circa 12mila metri quadrati. Non era però semplicemente un set. L’Institute, come sarebbe stato chiamato, comprendeva laboratori, appartamenti, cucine, una mensa, uffici, sale riunioni, una redazione, strutture amministrative e un reparto dedicato alla sicurezza interna. Soprattutto, tutto funzionava davvero.
Gli arredi erano d’epoca, così come vestiti, utensili, confezioni degli alimenti, prodotti per l’igiene e oggetti di uso quotidiano. All’interno si utilizzavano riproduzioni dei rubli sovietici e chi entrava doveva essere vestito secondo il periodo storico rappresentato. Anche acconciature, occhiali e accessori dovevano risultare coerenti con l’epoca. Gli oggetti moderni rimanevano fuori. La scala del progetto è riassunta dai numeri diffusi dalla stessa produzione: 392mila audizioni, 40mila costumi, 10mila comparse complessivamente coinvolte, circa 400 ruoli principali e 120 location interne al gigantesco set. Alla fine sarebbero state impressionate 700 ore di pellicola 35 mm, registrate 8mila ore di conversazioni e scattate circa mezzo milione di fotografie.
Un esperimento sociale su scala mai vista
Ma il dettaglio più importante riguarda le persone. Khrzhanovsky non cercava soprattutto attori capaci di fingersi qualcun altro. Cercava persone che fossero già, nella realtà, ciò che avrebbero dovuto essere nel suo mondo sovietico. I cuochi facevano i cuochi, i camerieri servivano ai tavoli, gli scienziati lavoravano come scienziati. Entrarono nel progetto autentici accademici e ricercatori, tra cui il premio Nobel per la Fisica David Gross, il matematico Shing-Tung Yau e anche l’italiano Carlo Rovelli. Vi passarono artisti come Marina Abramović e Peter Sellars. La stessa logica fu applicata a ruoli assai più inquietanti. Ex membri dei servizi di sicurezza vennero utilizzati per interpretare uomini dell’apparato sovietico. Vladimir Azhippo, che compare in DAU. Natasha, aveva realmente lavorato nei servizi.
L’Institute operò principalmente tra il 2009 e il 2011 e poteva ospitare contemporaneamente centinaia di partecipanti. Non erano costantemente davanti alla macchina da presa. Anzi: la troupe cinematografica era sorprendentemente piccola. Il direttore della fotografia Jürgen Jürges si muoveva negli ambienti con pochi collaboratori e una sola cinepresa, mentre gli spazi erano stati illuminati in modo da consentire di iniziare una ripresa senza trasformarli ogni volta in un set cinematografico. Potevano passare lunghi periodi senza che venisse girato nulla. Nel frattempo, però, la vita nell’Institute continuava.
Non esisteva una sceneggiatura tradizionale che imponesse battute e movimenti. Khrzhanovsky preferiva creare situazioni e modificarne le condizioni: poteva introdurre improvvisamente una persona, separare due partecipanti, far arrivare qualcuno durante una festa o cambiare le gerarchie interne per osservare le conseguenze. Quello che accadeva poteva poi diventare materiale per il film. Il confine tra messa in scena e vita quotidiana diventò così progressivamente più difficile da individuare.
Gli altri film del progetto DAU
Quando le riprese finirono, Khrzhanovsky si ritrovò quindi con qualcosa che non poteva più essere semplicemente montato in un unico lungometraggio. Le circa 700 ore di materiale furono catalogate e lavorate per anni, mentre il progetto cambiava ancora forma. Nel 2019 DAU diventò una gigantesca installazione a Parigi, ospitata tra il Théâtre du Châtelet, il Théâtre de la Ville e il Centre Pompidou. Gli spettatori non entravano semplicemente con un biglietto: dovevano ottenere una sorta di visto, attraversare un percorso pensato per disorientarli e assistere a film, performance e incontri all’interno di un’esperienza che voleva prolungare fuori dallo schermo la logica del progetto.
Dal materiale dell’Institute furono quindi montati numerosi lungometraggi autonomi, arrivati al pubblico soprattutto nel 2020. Erano storie ambientate nello stesso universo e spesso costruite attorno a personaggi secondari, mentre il film originariamente pensato sulla vita di Landau continuava a non uscire. Il più conosciuto è probabilmente DAU. Natasha, presentato alla Berlinale e premiato con l’Orso d’argento per il contributo artistico alla fotografia di Jürgen Jürges. La protagonista è una donna che lavora nella mensa dell’Institute e che, dopo aver trascorso la notte con uno scienziato straniero, viene convocata dai servizi di sicurezza. Quello che segue è uno degli esempi più controversi del metodo DAU: un lungo interrogatorio fatto di intimidazioni, umiliazioni e violenza sessualizzata, nel quale l’uomo che interpreta l’agente dei servizi è proprio l’ex membro dell’apparato di sicurezza Vladimir Azhippo.
In DAU. Katya Tanya, invece, una giovane bibliotecaria instaura una relazione con una collega. Anche in questo caso la dimensione privata finisce inevitabilmente sotto il controllo dell’istituzione, che considera quel rapporto incompatibile con ciò che una donna sovietica dovrebbe essere.
Il film più gigantesco di questa costellazione è però DAU. Degeneration, un’opera di circa sei ore nella quale l’Institute precipita progressivamente verso una forma ancora più brutale di autoritarismo. Ed è qui che Khrzhanovsky compì una delle scelte più discusse dell’intero progetto: far entrare nel set veri estremisti dell’ultradestra russa, compreso Maksim Martsinkevich, noto neonazista russo.
Nel complesso il materiale DAU ha generato 14 lungometraggi, oltre a serie, film scientifici, video-performance e installazioni. Il paradosso è che il progetto nato per raccontare Landau aveva prodotto quasi tutto tranne il film su Landau. Quello è arrivato soltanto adesso.
Le controversie del film in concorso a Venezia 83
Parlare di DAU significa inevitabilmente parlare anche delle accuse che hanno accompagnato Khrzhanovsky per anni. Diversi partecipanti e osservatori hanno descritto un ambiente manipolatorio, nel quale il potere enorme del regista e la continua sovrapposizione tra realtà e finzione potevano creare situazioni difficili da controllare.
Il progetto è stato accusato di avere oltrepassato più volte il confine etico della performance, soprattutto per le sequenze sessualmente esplicite, le umiliazioni e gli interrogatori. Nel 2020 in Ucraina vennero inoltre aperte indagini per verificare le condizioni nelle quali alcuni minori erano stati coinvolti nelle riprese.
Anche per questo DAU è stato spesso accostato, almeno concettualmente, al celebre esperimento carcerario di Stanford: persone inserite in ruoli e strutture di potere che finiscono progressivamente per interiorizzarne le dinamiche. Il paragone ha naturalmente dei limiti, ma aiuta a capire perché l’esperimento di Khrzhanovsky abbia continuato a generare discussioni ben oltre il cinema.
Com’è questo strano, monumentale film?
La parte iniziale del nuovo DAU, ambientata nella Leningrado del 1928, porta finalmente fuori dagli interni tutta l’ambizione produttiva accumulata dal progetto. Le strade sono invase da centinaia di comparse, tram, biciclette, animali, fango, edifici e oggetti in movimento. Il protagonista può quasi scomparire nella massa, mentre l’intera città diventa parte del racconto. Per una delle sequenze sono state utilizzate addirittura 70 tonnellate di cavoli. Altrove vengono ricostruite piazze intere e masse di persone attraversano ambienti che sembrano appartenere davvero alla fine degli anni Venti, con un utilizzo minimo dell’artificio digitale rispetto alla scala di ciò che appare sullo schermo.
È proprio in questa prima parte che DAU mostra le immagini più impressionanti. Khrzhanovsky trasforma la folla in una vera materia cinematografica e arriva a piegare persino i corpi al concetto che sta raccontando. In una delle immagini più forti, Dau e gli altri personaggi camminano inclinati, compressi in diagonale nell’inquadratura ai piedi di una gigantesca statua che rappresenta l’URSS, come se il peso del potere sovietico avesse acquistato una forza fisica capace di deformare gli esseri umani. Un’allegoria visiva semplicissima e gigantesca: non basta vivere sotto quel sistema, bisogna letteralmente adattare il corpo alla sua pressione. È anche il punto nel quale DAU appare maggiormente come qualcosa a metà tra cinema storico, avanguardia e performance artistica.
Il risultato però non mantiene sempre la stessa compattezza. Dopo un primo segmento di potenza visiva difficilmente paragonabile ad altro cinema storico contemporaneo, la seconda parte tende progressivamente a richiudersi negli ambienti dell’Institute. Il film diventa più verbale, più frammentato e maggiormente concentrato sui rapporti tra Dau, la moglie Nora, gli altri scienziati e l’apparato sovietico. Il racconto si fa più sfilacciato e la forza monumentale delle sequenze iniziali lascia spazio a una struttura meno immediata e visivamente meno dirompente. Rimane però proprio questo contrasto a rendere DAU un oggetto difficilmente assimilabile a qualsiasi altro film.
Foto: Phenomen Berlin
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