«Troppo razzista»: questo controverso episodio di una leggendaria serie è stato bandito per decenni
whatsapp

«Troppo razzista»: questo controverso episodio di una leggendaria serie è stato bandito per decenni

Oggi i disclaimer avvertono il pubblico sui contenuti problematici del passato. Ma oltre 50 anni fa una certa puntata è stata direttamente ritirata dopo le proteste

«Troppo razzista»: questo controverso episodio di una leggendaria serie è stato bandito per decenni

Oggi i disclaimer avvertono il pubblico sui contenuti problematici del passato. Ma oltre 50 anni fa una certa puntata è stata direttamente ritirata dopo le proteste

immagine dall'episodio di ai confini della realtà the encounter

Oggi siamo abituati a vedere film e serie del passato accompagnati da avvisi e disclaimer, brevi testi che contestualizzano contenuti considerati problematici, offensivi o frutto di un’altra sensibilità culturale. È una pratica sempre più diffusa, soprattutto sulle piattaforme streaming, dove classici del cinema e della televisione vengono riproposti senza essere rimossi, ma con un’indicazione chiara del contesto storico in cui sono stati realizzati. Questo però non significa che in passato film e serie fossero immuni da polemiche, né che certi contenuti venissero semplicemente lasciati correre. Al contrario, esistono casi in cui la controversia è stata tale da portare a veri e propri stop, ritiri dalla programmazione e sparizioni durate decenni. Uno degli esempi più discussi riguarda Ai confini della realtà, la leggendaria serie antologica creata da Rod Serling, e in particolare un episodio della quinta stagione rimasto a lungo fuori dalla syndication americana.

L’episodio in questione si intitola The Encounter ed è andato in onda per la prima volta il 1° maggio 1964. Sulla carta, sembrava perfettamente in linea con lo spirito della serie: una storia chiusa, tesa, quasi teatrale, costruita attorno a un oggetto maledetto e a un confronto morale destinato a degenerare. I protagonisti sono Fenton, un veterano americano della Seconda guerra mondiale interpretato da Neville Brand, e Arthur Takamori, un giovane nippoamericano interpretato da George Takei, che pochi anni dopo sarebbe diventato celebre in tutto il mondo come Hikaru Sulu in Star Trek.

La vicenda si svolge quasi interamente in una soffitta. Fenton ritrova una katana giapponese che sostiene di aver preso durante la guerra, dopo aver ucciso un soldato nemico. L’arma porta con sé una scritta minacciosa, legata all’idea di vendetta, e sembra esercitare un’influenza sinistra sui due uomini. L’arrivo di Arthur, in cerca di lavoro come giardiniere, trasforma l’incontro in un progressivo scontro verbale. Fenton lascia emergere un razzismo sempre più esplicito contro i giapponesi, mentre Arthur rivela un dettaglio che diventerà il vero punto critico dell’episodio: suo padre avrebbe tradito gli Stati Uniti segnalando agli aerei giapponesi la strada verso Pearl Harbor.

Leggi anche: Questa inquietante scena di Half Man è la migliore vista in una serie nel 2026. E non è nemmeno un horror!

È qui che The Encounter smette di essere solo un racconto sul pregiudizio e diventa un caso. Il problema non è soltanto il linguaggio razzista di Fenton, che l’episodio presenta comunque come parte della sua brutalità e del suo trauma, ma l’idea narrativa attribuita al personaggio di Arthur. La storia suggerisce infatti una complicità nippoamericana nell’attacco a Pearl Harbor, una premessa fittizia e storicamente infondata. Secondo Densho, progetto dedicato alla memoria dell’incarcerazione dei nippoamericani durante la Seconda guerra mondiale, nessun nippoamericano negli Stati Uniti, alle Hawaii o in Alaska fu mai condannato per spionaggio o sabotaggio durante il conflitto. La Commission on Wartime Relocation and Internment of Civilians concluse inoltre che l’internamento non fu giustificato da necessità militari, ma da pregiudizio razziale, isteria bellica e fallimento della leadership politica.

La questione era particolarmente delicata perché accuse di slealtà e sospetto collettivo furono alla base dell’internamento di circa 120.000 persone di origine giapponese negli Stati Uniti, molte delle quali cittadini americani. Per questo, la scelta dell’episodio apparve doppiamente problematica: da un lato condannava il razzismo di Fenton, dall’altro costruiva il personaggio nippoamericano su una menzogna storica che riecheggiava proprio le giustificazioni usate per colpire quella comunità. In altre parole, nel tentativo di mettere in scena due uomini divorati dall’odio e dai fantasmi della guerra, Ai confini della realtà finì per creare una falsa equivalenza tra un pregiudizio reale e una colpa immaginaria.

A rendere tutto ancora più significativo è la presenza di George Takei. L’attore, da bambino, fu internato con la sua famiglia durante la Seconda guerra mondiale, esperienza che avrebbe poi raccontato pubblicamente in più occasioni e anche nel graphic memoir They Called Us Enemy. Vederlo nei panni di un personaggio segnato da una presunta colpa familiare legata a Pearl Harbor aggiunge oggi un ulteriore livello di disagio alla visione dell’episodio.

Leggi anche: Nel 1999 tutti odiavano questo horror claustrofobico (ma in realtà è migliore di quanto ricordiamo)

Dopo la messa in onda, The Encounter suscitò proteste nella comunità nippoamericana e tra gruppi per i diritti civili asiaticoamericani. L’episodio fu quindi ritirato dalla syndication negli Stati Uniti e rimase bandito per decenni, diventando uno dei casi più noti e controversi nella storia della serie. Non si trattò di una censura governativa, ma di una rimozione dalla distribuzione televisiva, dettata dal peso delle polemiche e dalla natura particolarmente sensibile del contenuto.

Il lungo isolamento si è progressivamente interrotto con le edizioni home video e poi con il ritorno in TV: Syfy lo ha trasmesso il 3 gennaio 2016 durante una maratona di Capodanno dedicata a Ai confini della realtà. Oggi The Encounter è disponibile anche in streaming, dove può essere visto nel contesto più ampio della serie e della sua epoca. Questo non cancella i suoi problemi, ma permette di analizzarli apertamente, senza fingere che un’opera progressista come quella di Rod Serling fosse immune da errori, stereotipi o gravi scivoloni culturali.

© RIPRODUZIONE RISERVATA