Nel 2009 debutto sul canale tematico SyFy una serie fantascientifica che in brevissimo tempo si affermò come uno dei titoli di maggior successo dell’emittente, costruendosi una fanbase fedelissima che, a distanza di oltre dieci anni, non ha ancora davvero superato la sua cancellazione avvenuta in maniera piuttosto brusca. A distanza di 12 anni dal suo debutto, Warehouse 13 rimane una delle produzioni più amate del network, potendo vantare dalla sua un solido impianto procedural di stampo soprannaturale che in futuro sarebbe stato approfondito da altre acclamate serie.
Al centro della trama abbiamo gli agenti dei servizi segreti Pete Lattimer e Myka Bering, interpretati rispettivamente da Eddie McClintock e Joanne Kelly, che si ritrovano trasferiti in una misteriosa struttura governativa nascosta nel South Dakota. Qui, sotto la supervisione dell’eccentrico Artie Nielsen (Saul Rubinek), vengono affidati a una divisione incaricata di recuperare e catalogare artefatti soprannaturali legati alla storia dell’umanità.
Oggetti apparentemente innocui — una penna, un pettine, un vecchio specchio — diventavano così pericolosissimi strumenti capaci di alterare la realtà, mettendo sul piatto una suggestiva miscela tra fantascienza, folklore, avventura storica e comedy da workplace che hanno contribuito a rendere Warehouse 13 qualcosa di unico nel panorama televisivo dell’epoca.
Muovendosi con sorprendente naturalezza tra episodi autoconclusivi e una mitologia sempre più ampia, questa serie sci-fi è andata avanti per cinque stagioni senza mai perdere il suo tono leggero e profondamente incentrato sui rapporti umani. La relazione tra Pete e Myka, la crescita di Claudia Donovan (Allison Scagliotti) e l’alchimia dell’intero cast si sono infatti rivelati come il vero cuore emotivo della serie, ancora più della sua peculiare struttura procedural sci-fi.
Questi elementi non sono tuttavia stati sufficienti a risparmiare alla serie un’improvvisa chiusura. Nonostante ascolti solidi e una popolarità costante, nel 2013 SyFy confermò l’intenzione di chiudere la serie con una quinta stagione ridotta ad appena sei episodi, lasciando molti fan con l’amaro in bocca. Una decisione motivata soprattutto da considerazioni economiche, dal momento che tra effetti speciali, scenografie elaborate e continui oggetti di scena storici, gli investimenti i costi di produzione si sono rivelati sempre più elevati in un panorama che vedeva SyFy volta a ridimensionare i costi delle sue produzioni.
Questo portò tuttavia con sé un effetto collaterale non di poco conto, con gli sceneggiatori che si trovarono con ben pochi episodi a disposizione per chiudere le varie storyline. Il cliffhanger della quarta stagione — con l’amato villain Paracelso, interpretato da Anthony Stewart Head — venne liquidato in pochissimo tempo, dando la sensazione che un intero arco narrativo fosse stato compresso in maniera brusca e senza compromessi.
Anche i percorsi emotivi dei protagonisti finirono inevitabilmente sacrificati sull’altare delle tempistiche strette. La relazione tra Pete e Myka, costruita lentamente nel corso degli anni, venne accelerata verso il finale, mentre il destino di Claudia come futura Custode del Warehouse avrebbe meritato molto più spazio. Persino personaggi amatissimi come Steve Jinks e Helena G. Wells ricevettero addii troppo rapidi per lasciare davvero il segno nell’economia della serie.
Al netto di questi imprevisti, Warehouse 13 conserva ancora oggi un fascino speciale tra gli appassionati di serie sci-fi. In un panorama dove l’offerta subisce un ricambio costante, Warehouse 13 continua a essere ricordata con affetto proprio per la sua identità unica. Un fattore che ancora oggi contribuisce a rendere la cancellazione della serie particolarmente dolorosa per i fan che avrebbero auspicato un finale diverso.
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