Fast & Furious 9 - The Fast Saga
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Dopo una vita passata a dribblare la morte, Dom Toretto (Vin Diesel) e Letty Ortiz (Michelle Rodriguez) si sono ritirati in campagna a crescere il figlioletto Brian. A stanarli ci pensano i compari di sempre. Sul piatto c’è un’emergenza mondiale e il motore agricolo può aspettare. Il megalomane di turno ha messo in atto un piano diabolico per dominare il mondo e loro dovranno impedirglielo. Con ogni mezzo a disposizione, e una buona dose di dramma shakespeariano. 

Il cattivo di turno è infatti Jakob (John Cena), il fratello esiliato di Dom. A separarli anni prima è stata la morte del padre sulla pista, un lutto mai elaborato dal nostro e addossato al fratello minore, deciso a dimostragli di essere il maggiore in fatto di auto, rapidità e ambizione. Tra wroom-vroom e patacrash, Dom troverà la direzione giusta per risolvere il passato e salvare il futuro.

La saga di Fast & Furious, a 20 anni di distanza dal suo esordio nelle sale cinematografiche, arriva al nono capitolo ufficiale (oltre allo spin-off Fast & Furious – Hobbs & Shaw) e compie una virata per certi versi definitiva rispetto gli esordi del franchise. A spingere sul pedale dell’acceleratore ci pensa soprattutto la fusione parossistica e inverosimile di azione automobilistica e spy story, ma il vero elemento umano nella macchina è l’esplorazione non meno adrenalinica e sempre più marcata della nozione di famiglia e delle sue infinite applicazioni conservatrici, tra traumi del passato chiamati a incrinare icone che credevamo granitiche e congiunti rinnegati pronti a far saltare il banco. 

Il corpo al centro del discorso ipercinetico è ancora una volta quello di Toretto, interpretato da un Vin Diesel sempre più gravato dal peso di essere fulcro e maître à penser dinamico di un universo narrativo estremamente longevo, giocoforza segnato dal tempo che è passato e costretto a fare i conti con un presente in cui le istanze individualiste tornano a collassare sotto il peso di un’irrinunciabile etica del collettivo: un sentimento che non scolora nemmeno al cospetto della vecchia vita ormai abbandonata ma che manca ogni giorno di più, tra tramonti dal sapore crepuscolare e aforismi grezzi e smozzicati (vedi alla voce «Gli stronzi ricchi e viziati governano il mondo»). 

Gli affetti (e gli effetti degli stessi) sono insomma i veri motori rombanti di questo nono capitolo che si snoda tra città come Londra, Tokyo, Edimburgo e Tbilisi e regala poche sorprese soprattutto rispetto ai due precedenti film dell’epopea su quattro ruota, limitandosi ad elaborare ferite ben note anche se non ancora cicatrizzate in mezzo all’esposizione di bicipiti, tamarragine assortita e crocifissi d’oro di vecchia data. Se il 7 era il capitolo dell’uscita di scena di Paul Walker e l’8 un intermezzo insolitamente cupo e dark, stavolta è per l’appunto la familia e la speranza vana di trovare pace lontano dalla pista a dettare legge, suggerendo in controluce un approccio solare all’esistenza drammatica impossibile, laddove è impensabile sopravvivere se non si rispettano certe regole e non si scende a patti con i soliti fantasmi fondamentali, destinati fatalmente a vivere dopo di noi.

Il risultato, complice anche l’assenza dello sceneggiatore Chris Morgan (suoi gli script da The Fast and the Furious: Tokyo Drift in poi), è un capitolo conservativo rispetto agli ultimi esiti, che proponevo un’idea di azione propulsiva, supersonica, perfino spaziale (l’idea dell’esplorazione dello spazio, in compenso, torna anche qui). I flashback sono molti e l’assenza di Dwayne Johnson e Jason Statham, entrambi in pausa spin-off, amplifica la sensazione di un’avventura collaterale, unitamente allo sparuto minutaggio dell’algida hacker Cipher di Charlize Theron, anch’ella in odore di film standalone, all’apparizione altrettanto fugace di Helen Mirren (giusto il tempo di definire Toretto «il mio americano preferito») e ai siparietti gustosi ed estremamente circoscritti di Ludacris e Tyrese Gibson. 

La quadratura, in quest’insieme che potrebbe apparire incrinato e sbalestrato per eccesso di malinconia, la garantisce però il mestiere granitico di Justin Lin, regista del terzo, quarto, quinto e sesto film e qui anche sceneggiatore insieme alla new entry Daniel Casey. La loro idea di continuity non è certo rivoluzionaria, né per l’economia di una saga che ha già detto praticamente tutto né sul fronte dell’ecosistema dei blockbuster contemporanei, ma è quanto basta per portare avanti un corpus spettacolare ancora una volta ancorato alla sua specificità e unicità. Così smargiasso da non temere di scomodare rimandi biblici a Caino e Abele e di continuare a proporre, con slancio auto-ironico ammirevole, una presunta «obbedienza alle leggi della fisica», come se la sospensione dell’incredulità continuasse a essere una faccenda di pertinenza esclusivamente altrui. 

Foto: Original Film/Universal Pictures

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