Le strategie di mercato delle Major hollywoodiane hanno come prima conseguenza un fatto cui si pensa poco, perché è sostanzialmente invisibile: cancellano dalla circolazione alcuni modi di fare cinema. Ci privano di certe cose, cose di cui non ci accorgiamo fino a che non tornano ad essere disponibili. Dopo aver visto Prisoners, esordio americano dell’ottimo Denis Villeneuve (celebrato per Incendies, ma da recuperare in Polytechnique), capita ad esempio di domandarsi perché fossero scomparsi i thriller ambiziosi, adulti e disponibili a sporcarsi le mani come Il silenzio degli innocenti, Seven e Mystic River.

Siamo in Pennsylvania, in un quartiere di larga periferia, e due famiglie stanno festeggiando assieme il Ringraziamento, dopo che padre e figlio teenager (Hugh Jackman e Dylan Minnette) sono tornati a casa con il primo trofeo di caccia del ragazzo. Mentre gli adulti digeriscono il tacchino in soggiorno, le loro due bambine spariscono. Unico indizio, una roulotte parcheggiata lungo la strada e poi sparita. Del caso si occupa il detective Loki (Jake Gyllenhaal), uomo rigido e stranito – con un tic agli occhi – che sta trascorrendo il Ringraziamento da solo in una tavola calda. Trova in fretta la roulotte e il suo proprietario – un trentenne ritardato con la psiche di un bambino (Paul Dano), che vive con la nonna (Melissa Leo) – lo mette dietro le sbarre, ma non ne cava fuori niente. Quando lo lascia andare, i genitori decidono di far da sé, sequestrano il tizio e lo torturano per fargli confessare dove ha nascosto le bambine. Ma niente. E più passano i giorni, più le bambine sembrano spacciate.

L’escalation di rabbia e ansia serve al film – scritto da Aaron Guzikowski, già autore dello script di Contraband, e qualche elemento in comune si trova – per ragionare sulla morale conservatrice e sul senso di colpa cattolico (il film, a scanso di equivoci, si apre con un uomo che recita il Padre Nostro prima di stendere un cervo). Per un po’ sembra che il punto sia la condanna della giustizia privata, ma poi le carte si mescolano e diventa più difficile farsi un’idea, anche perché Jackman mette tanta di quella umanità nel personaggio che levarsi dai suoi panni è difficile persino quando affonda le mani nel sangue. Ci si perde nel film, e questo è il miglior complimento che gli si possa fare.

C’è poi da dire che la regia di Villeneuve – come quelle di Demme, Fincher e Eastwood nei film citati prima – fa tutta la differenza del mondo. Soprattutto nella prima parte, quando mette in scena il rapimento, crea in fretta e in silenzio la tensione, usando poche cose, benissimo: qualche carrello molto lento, il rumore della pioggia, il ribaltamento del punto di vista sullo stesso quadro, un bel montaggio alternato durante l’interrogatorio. Dopo un’ora fai la somma di quello che hai visto e hai già tanta roba per le mani. Poi la detection fai il suo corso, e gli amanti del thriller puro, quasi giallo, vengono accontentati. Per chi invece non si accontenta, il senso del film resta altrove, come dev’essere.

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