Joker recensione
PANORAMICA
Regia
Interpretazioni
Sceneggiatura
Fotografia
Montaggio
Colonna sonora

Ci sono sorrisi e sorrisi. C’è il sorriso che la gente comune si disegna addosso ogni giorno – ordinario, di comodo – e poi c’è il sorriso sgrammaticato e fuori dai bordi di Arthur Fleck, comico fallito con velleità da stand-up comedian. Una risata strozzata in gola, sinistra e stridula, di quelle che fanno rizzare i peli sulla nuca. Un rantolo che tiene insieme lo stupore e l’orrore dell’essere ancora vivo, i traumi di un bambino schizofrenico e mai cresciuto, avvolto in una maschera di laconica tristezza, e il sogno scriteriato di tramutare quella paralisi depressiva e monomaniacale nella smorfia del clown più sanguinario in circolazione.

Sono partiti proprio da questa risata patologica, così vasta e perturbante da abbracciare l’intero film, il protagonista Joaquin Phoenix e il regista Todd Phillips per per portare sul grande schermo l’origin story del più celebre dei nemici di Batman in Joker, primo film stand-alone sul personaggio della DC Comics. E di quel ghigno obliquo, di quello strazio del volto, di quella feritoia in grado inghiottire il caos del mondo con la stessa naturalezza con cui si liquiderebbe una barzelletta macabra che non fa ridere proprio nessuno, hanno realizzato un film coraggiosissimo, impressionante a più riprese.

Uno di quei corpi estranei meravigliosamente ostili alle mode imperanti, al calcolo e all’obbligo della consolazione, dotato della forza e dell’ambizione necessarie per sobbarcarsi il peso di un’umanità al collasso, per guardarsi allo specchio guardandola negli occhi. L’inizio ci mostra una città che potrebbe essere una delle tante metropoli odierne, assediata com’è dalla sporcizia, dal malessere sociale, dalla spazzatura montante e dai ratti giganti. Come una Grande Mela scorsesiana, la Gotham City di Joker somiglia alla New York livida del regista di Re per una notte e Taxi Driver, esplicitamente citati dalla presenza di Robert De Niro nei panni dello showman Murray Franklin, e da molte inquadrature e atmosfere.

Per quasi un’ora e mezza il film si lascia andare allo scandaglio catatonico, tanto ammaliante quanto spiazzante nella sua precisissima idea di disperazione, di un freak da cui la follia sgorga con l’automatismo struggente del trucco che colerà dalle sue labbra e dalle tante, trattenute lacrime che l’interpretazione di Joaquin Phoenix – miglior Joker di sempre, così scarno e a brandelli da lasciare senza fiato – ci regaleranno lungo tutto il suo percorso di emancipazione criminale. Col racconto pronto ad aprirsi costantemente e senza difese all’emarginazione, alla malattia, allo scherno altrui.

La sceneggiatura di Scott Silver e Todd Phillips e la regia post-apocalittica e funerea di quest’ultimo si ricollegano sfacciatamente al lascito di Heath Ledger ne Il cavaliere oscuro: una ragione che indurrà i fan di Nolan ad amare perdutamente questo Joker, che tuttavia si spinge anche oltre, tracciando uno spaccato allucinato tanto sul potere quanto sulla solitudine. Senza tralasciare un cortocircuito ulteriore, davvero da brividi: Phillips riconduce quasi tutte le sue immagini intorno al corpo e alla mente di un individuo neurologicamente allo sbando, rivestendolo però di una compassione selvaggia, disarmante.

Un sentimento che scorgiamo nelle tante danze commoventi di Fleck, nei primi piani che smorzano le efferatezze più atroci, nella sottolineatura impassibile del suo fisico sempre più magro ed emaciato. Tanto che Joker, man mano che si avvicina alla (momentanea?) resa dei conti, sembra dimenticare e silenziare perfino il disagio della contemporaneità, relegando le fiamme della rivolta sullo sfondo. Per preferirgli l’atto d’amore straziante e terribile per l’uomo che ride e che voleva probabilmente solo far ridere il mondo, ma non ci è riuscito. That’s Life.

© RIPRODUZIONE RISERVATA