Con Bugonia Lanthimos ed Emma Stone tornano a spiegarci un presente folle e complottista
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Con Bugonia Lanthimos ed Emma Stone tornano a spiegarci un presente folle e complottista

Il nuovo film del regista greco in Concorso a Venezia 82 è una costola di “Kinds of Kindness” in cui Lanthimos si diverte a squadernare l’agenda macabra e complottista del presente sotto forma di un lussuoso episodio di "Black Mirror" virato in chiave arthouse, dove la forma macabra, demente e pestilenziale della provocazione apocalittica è la perfetta misura della letteralità di un presente sempre più caotico e orizzontale

Con Bugonia Lanthimos ed Emma Stone tornano a spiegarci un presente folle e complottista

Il nuovo film del regista greco in Concorso a Venezia 82 è una costola di “Kinds of Kindness” in cui Lanthimos si diverte a squadernare l’agenda macabra e complottista del presente sotto forma di un lussuoso episodio di "Black Mirror" virato in chiave arthouse, dove la forma macabra, demente e pestilenziale della provocazione apocalittica è la perfetta misura della letteralità di un presente sempre più caotico e orizzontale

Bugonia Lanthimos

In Bugonia, l’ultimo film del cineasta greco Yorgos Lanthimos, due balordi con l’ossessione dei complotti, legati da un rapporto simbiotico estremo e malsano (Jesse Plemons e Aidan Delbis) rapiscono la potente amministratrice delegata di una grande azienda (interpretata da Emma Stone), convinti che sia un’aliena intenzionata a distruggere il pianeta Terra.

Lo spunto è analogo alle forzature distopiche da tempo care al regista, che nel suo ultimo Kinds of Kindness aveva applicato la sua ironia surrealista e crudelmente sarcastica alle maglie del film a episodi, facendolo deflagrare come d’abitudine verso delle estreme conseguenze e approdando a una radicalizzazione provocatoria che ha pochi analoghi nel cinema contemporaneo.

Tutti elementi che rendono questo autore ellenico, ormai pienamente a suo agio nel mainstream contemporaneo, l’unico erede oggi possibile di autori corrosivi e sfacciati, in grado di interrogare frontalmente il mondo e la sua meschinità e di restituirlo attraverso deformazioni più o meno irritanti e abrasive. A suo tempo fu così con cineasti come l’italiano Marco Ferreri e lo spagnolo Luis Buñuel, oggi sembrano rimasti in pochissimi a permettersi questa radicalità e di essere riconosciuti e celebrati tanto a Hollywood quanto nei circuiti festivalieri (un altro che sembra essere riuscito in questo miracolo è lo svedese Ruben Östlund).

Bugonia sembra a tutti gli effetti una puntata di Black Mirror con una firma arthouse prestigiosa e indiscutibile ed è un remake del film coreano Save the Green Planet (del 2003) di Jang Joon-hwan, di cui Lanthimos si appropria bellamente imbastendone un rifacimento per certi versi ottuso e soprattutto letterale come i tempi di oggi, in cui tutto deve essere spiegato più chiaramente possibile per sovrastare il rumore di fondo delle nostre vite (un paradosso non da poco, per una satira sulla moltiplicazione dei punti di vista dovuti alla manipolazione dei media sulle menti degli individui e sulle informazioni delle quali finiscono per fidarsi e alle quali decidono di affidarsi).

La sceneggiatura di Will Tracy (già autore dello script di The Menu con Ralph Fiennes e al lavoro anche sull’acclamata serie Succession) s’inventa infatti ben poco rispetto al modello di partenza, ma incide nello script tutti i temi del presente, come se fossimo al cospetto di un film obbligato a spuntare tutte le caselle del dibattito e dei temi caldi e urgenti, dall’odio sociale verso i ricchi e i privilegiati alla necessità di trovare un nemico da combattere, anche se errato, illusorio o frutto di semplice disinformazione o di una mera campagna di denigrazione social.

Ne escono tutti malissimo, sia i complottisti come più paranoici come il Teddy di Plemons e suo cugino Don, la cui sospensione dell’incredulità è qui addirittura viziata da gravi problemi di salute mentale e perfettamente aderente a uno sciatto e trasandato immaginario white trash, sia ovviamente le aziende impegnate nell’accumulare capitali e nell’alimentare sperequazioni sociali stando rigorosamente attente però a mostrare all’esterno l’immagine di sé migliore, più instagrammabile, cioè maggiormente presentabile.

A Lanthimos non interessa minimamente lavorare d’originalità sull’attualità, né tantomeno di fioretto o tantomeno assecondando sfumature e chiaroscuri. In assenza della sua vocazione più genialoide, ampiamente riscontrabile nel capolavoro femminista e fiammeggiante Povere creature!, qui gli va bene accontentarsi di fare il verso al caos che ci circonda imbastendo feroci meccanismi parodici – l’immagine della Terra piatta, ad esempio, ridicolissima e posticcia almeno tanto quanto il terrapiattismo – e regalando al pubblico una sorta di postilla episodica del suo precedente film, con i suoi ormai più amati attori feticcio — Emma Stone e Jesse Plemons — chiamati a cannibalizzarsi l’uno contro l’altro in un gioco al massacro destinato a prevedibilissime quanto incendiarie e apocalittiche conseguenze.

Come Eddington di Ari Aster, che produce Bugonia insieme a Emma Stone, è cinema al grado zero della complessità che spinge al mille sul pedale dell’eccitazione, del sadismo, del dark humour, dell’assenza di empatia ormai acquisita e data per scontata, ben oltre qualsiasi retorica sulla fine (ormai acquisita) del postmoderno. A incorniciare il tutto ci sono le api, metafora di una laboriosità destinata a essere fagocitata dal sistema, dai re e dalle regine proprio come la Michelle Fuller di Emma Stone.

“Tutto ha inizio con qualcosa di magnifico: un fiore, poi un’ape, le operaie raccolgono il polline per la regina. Le api però stanno morendo, è stato pianificato così: per farci fare la fine delle api, ma adesso non hanno più il controllo”: un caos interclassista che Lanthimos si diverte a soggiogare, canzonare e rovesciare di continuo, ispirandosi fin dal titolo a un episodio delle Georgiche di Virgilio che narrava la nascita di api dalla carcassa di un bue in decomposizione e recuperando un riferimento alla letteratura classica come già ai tempi de Il sacrificio del cervo sacro, dove il riferimento più diretto era la tragedia Ifigenia in Aulide del suo connazionale Euripide. Tanto può bastare a incorniciare il tutto, probabilmente, con la collaudata scaltrezza di cui Lanthimos certo ha ampiamente dimostrato di non difettare affatto

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