Frammenti dal passato - Reminiscence
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Per un cinefilo un film come Reminiscence arriva come una benedizione: fantascienza adulta, un hard-boiled ambientato in un futuro distopico (come Blade Runner), firmato da una showrunner in grande ascesa come Lisa Joy (Westworld) e con una visione chiara, quella di un’America finita sott’acqua a causa del riscaldamento globale, le cui città costiere assomigliano a una visione futuristica di Venezia, con i grattacieli che galleggiano sul mare, ognuno col suo imbarcadero. In questo mondo Nick Bannister (Hugh Jackman) registra ricordi e permette ai proprietari di rivivere il proprio passato, all’interno di vasche di deprivazione sensoriale. Poi, come in ogni noir che si rispetti, arriva una femme fatale (con il volto di Rebecca Ferguson) innescando la trama gialla e mandando in frantumi il mondo del protagonista.

Basta? Sì e no. Lisa Joy è un’ottima sceneggiatrice, il film è pieno di piste, indizi, personaggi, dialoghi a effetto, e niente viene sprecato, tutto trova una chiusura. Inoltre la “materializzazione” dei ricordi consente di confondere i flashback al presente restando nelle regole del racconto. Il tema attorno a cui tutto gira è il rimpianto, il passato non come terra straniera ma come luogo di impossibile riconquista: questo approccio viene coltivato al meglio e il film a tratti è davvero struggente, grazie anche agli ottimi interpreti. Quello che manca semmai è uno sguardo sulle cose, che è una cosa diversa da una visione, è la propensione a produrre una certo tipo di immagini, cioè la firma sulla composizione. A Reminiscence non manca mai la storia né un’idea di mondo, piuttosto manca una prospettiva. Basta mettere a confronto il film con i titoli che potenzialmente gli assomigliano di più, Blade Runner e Strange Days, per intuire la differenza: di base non sono storie necessariamente migliori, e nemmeno mondi più interessanti, sono sguardi più potenti. 

L’altra questione che dimostra come Lisa Joy sia più sceneggiatrice che regista è che non resiste alla tentazione di portare ogni riga dello script alle conseguenze ultime, ripetendo le stesse cose almeno una volta di troppo e non tagliando mai le sequenze più cariche emotivamente al momento opportuno, c’è sempre qualche secondo sprecato.

Detto questo mi pare che oggi investire sul cinema come luogo e immaginario significhi esattamente produrre film come Reminiscence, cioè grandi storie originali (non c’è un libro alla spalle), intrecci fitti, costruzioni narrative poderose, pensate per un pubblico adulto, istruito ma non necessariamente ultra-cinefilo, stanato nella sua pigrizia. Discutere e pensare un film come Reminiscence è un investimento nel mezzo, viene da chiedersi quanti film così vedremo ancora in futuro e quando anche questo diventerà un passato che vorremmo rivivere.

Foto: Warner Bros.

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