Il Padrino non è soltanto uno dei più grandi film mai realizzati, ma anche l’opera che più di ogni altra ha fissato nell’immaginario collettivo l’idea stessa di cinema mafioso. Francis Ford Coppola ha preso il gangster movie e lo ha trasformato in qualcosa di più alto, più solenne, più tragico, dando alla storia dei Corleone il respiro di una saga familiare e insieme di un grande racconto americano. Ancora oggi, quando si parla di mafia al cinema, il primo titolo che viene in mente è quasi inevitabilmente quello. Ma siamo sicuri che sia anche il film che ha raccontato meglio, più a fondo e più da vicino, la mafia?
La provocazione può sembrare quasi un sacrilegio, ma il cinema criminale ha prodotto negli anni opere che hanno saputo avvicinarsi a quella vetta da prospettive diverse. C’è il tono elegiaco e crepuscolare di The Irishman, la materia viva e sporca di Mean Streets, la furia di Scarface, la tensione continua di The Departed, la dimensione tragica e malinconica di C’era una volta in America, fino allo sguardo spettacolare e frontale di Casino. Sono tutti titoli che, in modi differenti, hanno mostrato quanto il racconto della criminalità organizzata potesse evolversi oltre il modello corleoniano. Ma se bisogna indicare un film che, nel raccontare la mafia, sembra davvero fare qualcosa di più radicale e definitivo, allora il nome da fare è Goodfellas.
Il capolavoro di Martin Scorsese non ha la solennità operistica de Il Padrino, né cerca di costruire una mitologia nobile attorno ai suoi personaggi. Al contrario, la smonta pezzo dopo pezzo. Attraverso gli occhi di Henry Hill, Goodfellas porta lo spettatore dentro la quotidianità del mondo mafioso e lo fa con un’energia narrativa che ancora oggi resta impressionante. La seduzione del potere, il fascino del denaro facile, il senso di appartenenza, ma anche la paranoia, la volgarità, l’istinto animalesco della violenza: tutto in Scorsese è più nervoso, più sporco, più immediato. Dove Coppola costruiva una dinastia e una leggenda, Goodfellas racconta un sistema umano e criminale che si regge su avidità, tradimenti e impulsi incontrollabili.
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È proprio qui che il film trova la sua forza superiore quando si parla strettamente di mafia. Joe Pesci, con il suo Tommy DeVito, incarna un terrore imprevedibile lontanissimo dalla compostezza iconica di Don Vito Corleone. Ray Liotta restituisce il punto di vista di chi viene attratto dal crimine come da una droga, mentre Robert De Niro aggiunge alla storia una freddezza letale che rende ogni equilibrio fragile e provvisorio. Scorsese non idealizza nulla: mostra il meccanismo interno di quel mondo, il suo codice, i suoi riti, ma soprattutto la sua natura autodistruttiva. Goodfellas – nonostante negli anni sia stato al centro di diverse polemiche – non contempla la mafia come mito, la osserva come dipendenza, abitudine, malattia morale. Ed è forse per questo che colpisce così a fondo.
Anche la forma contribuisce in modo decisivo a questa sensazione di verità. La regia di Scorsese è vorticosa, mobile, immersiva, sempre capace di trascinare lo spettatore nel flusso degli eventi senza concedergli una distanza di sicurezza. La voce fuori campo, il montaggio serrato, la colonna sonora, il ritmo quasi febbrile con cui si accumulano successi, violenze e cadute costruiscono un’esperienza che non ha nulla di monumentale nel senso classico del termine, ma che restituisce in pieno l’euforia e la degenerazione di quel mondo. Goodfellas non chiede di ammirare i suoi protagonisti: chiede di seguirli fino in fondo, fin dentro il disfacimento morale che li travolge.
Il Padrino, va detto, resta probabilmente superiore come opera cinematografica complessiva, per ambizione, impatto culturale, stratificazione e grandezza formale. Il suo posto nella storia del cinema non è in discussione e difficilmente lo sarà mai. Ma se il punto è individuare il film che ha saputo raccontare la mafia nella sua verità più seducente e insieme più miserabile, allora Goodfellas ha un vantaggio decisivo: meno leggenda, più carne viva. Siete d’accordo? Diteci la vostra, come sempre, nei commenti.
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