I Care a Lot
PANORAMICA
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Marla Grayson (Rosamund Pike) è una truffatrice senza scrupoli: in combutta con una dottoressa e il direttore di una casa di riposo – e con la compiacenza di un giudice non troppo sveglio -, rinchiude vita natural durante anziani senza parenti prossimi, li priva del telefono e del diritto alle visite, ne assume la tutela, e li deruba della casa e di tutti gli altri beni beni. Le cose si complicano quando Marla prende di mira una ricca pensionata che si rivela essere la madre di un boss della mafia russa (Peter Dinklage). 

Commedia nera sulle meccaniche del capitalismo nell’era del politicamente corretto – le truffatrici sono donne e lesbiche, il boss mafioso è un nano, il giudice imbelle un afroamericano e l’unica vera vittima che ha un ruolo nella storia, un figlio separato dalla madre, è un uomo bianco che usa un linguaggio ferocemente misogino -, I Care a Lot rifiuta qualsiasi baricentro morale a favore di una destabilizzazione estetica dello spettatore basata sul paradosso, costringendolo costantemente a misurare i fatti sulle sue aspettative, e le informazioni sulle sue ipotesi. Qui, infatti, sono categorie sociali e immaginari che il cinema solitamente si preoccupa di “proteggere” o elevare a modello, a incarnare il peggio del peggio della natura e delle istituzioni occidentali, e la scelta di cast di Rosamund Pike (in un ruolo che non può che richiamare – per ferocia e determinazione – la Amy di Gone Girl), così come le scene più intimiste in cui si indugia sulla sua storia con la solerte braccio destro Fran, servono esattamente a questo, ad operare una separazione tra ruoli di genere e aspettative, tra delitti e castighi, a scomporre automatismi sfiancanti.

Oltre a questo, poco. Il cinema di riferimento sono i gangster movie britannici, i villain iperrealisti e i dialoghi barocchi di Paul McGuigan, Martin McDonagh e naturalmente Guy Ritchie, e la messa in scena, a parte qualche bella sequenza in esterni che testimonia il buon talento del quasi-autore J Blakeson (inglese pure lui, col noir ci aveva già provato con La scomparsa di Alice Creed), è semplicemente solida. Si ride? Mah, no, al massimo si sorride. Ci si indigna? Se si prende sul serio il racconto, per forza. Ed è quell’indignazione senza sbocchi (peccato l’epilogo, peccato proprio gli ultimi 40 secondi), quella compressione, quel blocco, lo stato d’animo su cui il film lavora pian piano, operando la sua impresa: l’ennesima rifondazione della macchina capitalista portata avanti da nuove e rampanti specie di predatori sociali.

Foto: Black Bear Pictures/Crimple Beck

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