Il film che Stephen King ama più di ogni altro non è un horror (ma è ugualmente terrificante)
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Il film che Stephen King ama più di ogni altro non è un horror (ma è ugualmente terrificante)

Un’opera estrema, nata da una produzione infernale e che floppò al botteghino

Il film che Stephen King ama più di ogni altro non è un horror (ma è ugualmente terrificante)

Un’opera estrema, nata da una produzione infernale e che floppò al botteghino

Collage Stephen King e Sorcerer

Stephen King ha passato la vita a raccontare incubi, mostri e paure profonde. Ma il film che più di tutti ha segnato il re dell’horror non è un horror. È Il salario della paura (Sorcerer), thriller esistenziale del 1977 diretto da William Friedkin, ambientato nella giungla sudamericana e costruito su una tensione psicologica insostenibile. Un’opera folle, visionaria e dannata, capace di far sentire lo spettatore come su un camion carico di nitroglicerina lanciato verso l’ignoto.

Tratto dal romanzo Il salario della paura di Georges Arnaud e ispirato all’omonimo film di Henri-Georges Clouzot del 1953, Sorcerer racconta la storia di quattro criminali in fuga da paesi diversi (interpretati da Roy Scheider, Bruno Cremer, Amidou e Francisco Rabal) che si ritrovano esiliati in un villaggio dimenticato del Centro America. Per ottenere una nuova identità, accettano un lavoro suicida: trasportare carichi di esplosivo instabile attraverso la giungla, tra strade fatiscenti, tempeste tropicali e ponti sospesi sull’abisso.

Il film fu un disastro al botteghino. Uscito a poche settimane di distana da Star Wars, venne completamente oscurato dal fenomeno fantascientifico e bollato come fallimento. Eppure Friedkin, reduce dal successo planetario di L’esorcista, lo considerava il suo film migliore: «È l’unico che non cambierei di una sola inquadratura». E non è il solo a pensarla così.

Nel 2017, Stephen King rivelò alla BFI che Sorcerer è il suo film preferito di sempre. «Qualcuno sostiene che la versione di Clouzot sia superiore, ma io non sono d’accordo», dichiarò lo scrittore. Difficile dargli torto: la tensione costante, la fotografia opprimente, la colonna sonora elettronica dei Tangerine Dream e la regia essenziale ma potentissima fanno di Sorcerer una delle esperienze cinematografiche più viscerali mai realizzate.

Girato in condizioni estreme, con una produzione tormentata che vide decine di membri della troupe ricoverati per malattie tropicali e scene pericolose realizzate senza effetti speciali digitali, Sorcerer è diventato col tempo un film di culto. La celebre sequenza del ponte, girata senza alcun trucco, è ancora oggi una delle scene più ansiogene del cinema.

Ma il suo valore va oltre la suspense: è un film sul peso della colpa, sul senso di fallimento e sull’assurdità del sacrificio. Un’allegoria sul capitalismo e la disperazione, in cui i protagonisti — sporchi, esausti, svuotati — diventano simboli tragici di una società che consuma i propri margini. Più che un thriller d’avventura, Sorcerer è un viaggio nell’anima, in equilibrio instabile tra redenzione e condanna.

Riscoperto grazie a una recente versione restaurata dalla Criterion Collection, oggi Sorcerer viene indicato da molti critici come uno dei vertici del cinema anni ’70. In un’epoca dominata da blockbuster omologati e thriller confezionati, la sua brutalità formale, il suo coraggio produttivo e la sua autenticità emotiva lo rendono più attuale che mai.

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Foto: Olivia Wong/Getty Images

Fonte: Collider

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