Professionale ma gentile, riservato ma non reticente, Leonardo DiCaprio non ama condividere la propria vita privata. Preferisce parlare del suo lavoro, che per il momento continua ad assorbirlo quasi completamente. «Non sono un patito del relax – ammette – e quando non sono sul set mi dedico ai miei progetti ambientali», cause per cui da sempre si espone in prima linea.

A differenza del personaggio che interpreta in The Wolf of Wall Street, è un ragazzo (lo possiamo ancora dire, porta i suoi 39 anni splendidamente) con i piedi ben piantati a terra, nonostante la brillante carriera lo abbia posto tra le stelle del firmamento hollywoodiano, rischiando di fargli perdere la testa. Da secchione qual è, negli ultimi due anni ha fatto film quasi ininterrottamente, lavorando con i registi a cui è più devoto (Tarantino e Luhrmann, «persone uniche») e ritrovando l’uomo che ha segnato in modo indelebile il suo percorso professionale. E che potrebbe finalmente regalargli quell’Oscar che non è mai arrivato.

È la quinta volta che lavori con Scorsese: gli hai chiesto tu di dirigere il film?
«La mia compagnia di produzione, la Appian Way, ha scovato il libro. È tutto narrato in prima persona, come Quei bravi ragazzi, e salta avanti e indietro nel tempo. Per di più il protagonista parla spesso alla camera. Al che lo sceneggiatore Terry Winter se n’è uscito con: “Questo è materiale per Marty”. Gliene ho parlato e alla fine l’ho convinto. A quel punto, in quanto produttore, non mi sono messo a dire a Scorsese cosa fare, nessuno lo farebbe!».

A livello produttivo è stata dura?
«La verità è che in questo momento l’industria del cinema non investe più in film come questo, che è estremamente esplicito, quasi hardcore, e ha praticamente tutto quello che finisce nell’occhio della censura. Noi non volevamo ammorbidirlo, quindi abbiamo preferito evitare di lavorare con gli Studios».

Cos’hai imparato dei colletti bianchi che lavorano a Wall Street?
«Immaginavo che chiunque facesse parte del mondo della finanza avesse un enorme successo, in particolare questi ragazzi che lavorano nei fondi speculativi. In realtà sono pesci piccoli che cercano di imitare Gordon Gekko, di solito senza riuscirci».

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