Oggi è stato presentato al Festival di Cannes il primo dei film italiani in concorso, e ad aprire le danze è Matteo Garrone con il suo fantasy tutto made in Italy.
Una novità nel panorama italiano, che è stata accolta dalla stampa internazionale non con lo stesso entusiasmo che ha contraddistinto le proiezioni riservate alla stampa italiana la scorsa settimana. Ma questo è un film per il pubblico più che per la critica, come ha sottolineato il regista stesso, presente alla kermesse insieme al cast (quasi) al completo. Durante la mini press conference ha raccontato l’esperienza positiva nell’aver lavorato con attori del calibro di Salma Hayek, Toby Jones, John C. Reilly e Vincent Cassel scherzandoci anche su: «Non hanno ancora visto il film! Speriamo che non cambino idea!»
Che effetto vi ha fatto girare in alcuni luoghi così tipici e particolari dell’Italia?
John C. Reilly: Era la prima volta e sono stato colpito dalle dimensioni dei castelli e dal paesaggio. Se guardi sulla piantina sembra una cosa ridicola e poi trovi tutto diverso nella realtà. C’è voluto poco ad immaginarmi come Re, non c’è stato bisogno di sforzare la mia immaginazione.
Matteo Garrone: Non solo, John si è letteralmente calato nella parte, infatti non ha voluto utilizzare nessuna controfigura lì in mezzo alle correnti nel torrente. Si è calato nelle acque gelide con lo scafandro!
Le attrici sono state decisive grazie al loro apporto in un film scritto da uomini, ma caratterizzato da una forte componente femminile. Come è stato il rapporto attrice/regista con Garrone?
Salma Hayek: Penso sia molto generoso, lui decide i personaggi, li osserva e mi ha fatto arrivare dove non ero mai arrivata prima nella recitazione. Lui sceglie cosa e non cosa prendere da te, e io adoro questo aspetto del suo lavoro. Essendo donne portiamo valore aggiunto al film, però poi è lui che decide cosa prendere di questo apporto.
Cosa ha dato lei a questo personaggio?
SH: La forza, la passione per qualcosa che amiamo, l’istinto materno molto forte, che ho anche io. E poi mi sono affezionata molto ai ragazzi e anche a mio marito “cinematografico”!
Un film così in Italia non so lo aspettava nessuno. Pensa che questo aspetto possa influenzare negativamente o positivamente?
MG: Come sempre per i miei film ci sono delle spaccature, penso sia parte del mio lavoro. Credo sia normale. E’ un film che un po’ spiazza, che nessuno si aspetta, all’inizio non sai bene come relazionarti, hai bisogno di un po’ di tempo per metabolizzarlo. Più ci si lascia portare e più lo si riesce a vivere emotivamente ed ad emozionarsi, più si è rigidi e meno si entra dentro. Qui il pubblico è degli addetti ai lavori. Il vero segnale è quello che arriverà del pubblico. Film di genere che puntata ad essere d’intrattenimento.
Ti sei divertito nei limiti del lavoro? Vuoi tornare sul progetto?
Da tempo accarezzo l’idea di tornare a lavorare al progetto. Abbiamo già sceneggiato altre storie, magari ci orienteremo vero la serie televisiva, visto che ora queste sono le cose che vanno di moda!
Com’è stato girare un film in costume in Italia?
Toby Jones: Mio padre aveva lavorato con Fellini, ne La Nave va, per me è stato un sogno lavorare in Italia e lavorare fuori dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Sono cresciuto vedendo i film italiani come studente. In Italia il cinema è cultura, non è un business, si sente la passione e l’amore. Con Matteo dovevamo fidarci l’uno dell’altro e codificare gli appunti che ci scambiavamo, in due lingue diverse. Da questo dialogo un po’ strambo nascevano mediazioni fra i suoi desideri e quello che desiderava.
Qual è il vostro rapporto con le fiabe?
TJ: Credo che non siano favole, sembrano racconti popolari, sono più brutali, non hanno lo stesso arco narrativo delle favole, sono più interessanti e asimmetriche, e credo che questo fosse uno degli aspetti motivazionali più forti per me come attore.
Bebe Cave: Matteo ci ha portato in un mondo di fantasia ma voleva una recitazione realistica. Anche se siamo sopraffatti da questo mondo di fantasia, quello che mi ha colpito è poter recitare con naturalezza.
Vincent Cassel: Ho sempre creduto in un parallelismo fra le favole e i racconti orali, perché si completano a vicenda. Un discorso simile a quello delle religioni, che prendono degli archetipi della società umana e li sviluppano. Sotto questo punto di vista fiabe e religioni possono essere interpretati come si vuole.
JCR: Io sono cresciuto con le favole, ho reagito subito in maniera positiva quando ho letto lo script, perché ho anche diretto anche piece teatrali a scuola dei miei figli. Mi ha sempre molto interessato come i bambini possano scoprire le cose della vita tramite la simbologia delle favole.
Qui il nostro video report dal Day Two a Cannes!
Foto: GettyImages
© RIPRODUZIONE RISERVATA