Ogni genere cinematografico è definito da un certo numero di regole. La maturità di una cinematografia si misura nel controllo di queste regole, l’inventiva di un autore nel modo in cui riesce a sovvertirne alcune senza uscire dal contesto. L’esempio più banale del mondo è il Batman di Nolan, in cui sui meccanismi narrativi tipici del cinecomic (la genesi traumatica dell’eroe, il villain come incarnazione del suo lato oscuro, la diffidenza delle istituzioni verso chi si distingue ed eccelle, eccetera) vengono innestate atmosfere e situazioni del poliziesco/noir (basti pensare all’interrogatorio in centrale del Joker nel Cavaliere Oscuro). Per questo Il ragazzo invisibile era una scommessa rischiosa: non doveva soltanto stabilire la capacità della nostra industria di “assemblare” un certo tipo di film secondo standard produttivi di livello internazionale, ma anche, e forse soprattutto, mostrare come siamo in grado di lavorare su un immaginario potente e consolidato come quello dei supereroi, aggiungendo se possibile un contributo originale.

Il film di Gabriele Salvatores soddisfa pienamente il primo requisito – la confezione è all’altezza delle aspettative, pur nei limiti di un budget di otto milioni -, un po’ meno il secondo. C’è Trieste, cioè uno sfondo caratteristico e non banale anche all’interno del nostro immaginario cinefilo; e c’è la volontà di immaginare una rete di organizzazioni e legami misteriosi tutta europea, tra la Russia e l’Italia, emancipandosi completamente dall’immaginario anglofono e restando estranei pure alla via francese al genere. Il problema è nel tono. I cinecomic americani hanno una trasversalità nerd che coinvolge sia la generazione dei trenta-quarantenni, cresciuti con gli albi DC e Marvel e in debito perenne di nostalgia, che gli adolescenti, affascinati dagli effetti digitali e sempre disponibili a farsi coinvolgere in nuovi immaginari fantasy (il successo di I Guardiani della Galassia è un esempio lampante). A Il ragazzo invisibile manca un po’ quella apertura, sembra spaventato dalle emozioni forti, e questa paura lo rende confuso nella ricerca di un target. indirizzandolo soprattutto a un pubblico di giovanissimi. È un film delicato, addirittura “gentile”: i temi – il bullismo, il primo amore, il conflitto e l’elaborazione del ruolo del genitori – sono quelli classici del romanzo di formazione, e coincidono in pratica con i nodi della genesi di Spider-Man (non è un caso che il film inizi con il protagonista Michele che in una vetrina osserva un costume dell’Uomo Ragno); lo script li racconta bene, ma da lì fatica a schiodarsi. Ogni trauma è sfumato e presto ricomposto, ogni pericolo mai veramente minaccioso, manca in sostanza una vera oscurità che faccia da contraltare alle rassicuranti magagne da teenager del protagonista (e non è un caso che il personaggio più interessante sia l’unico che sembra muoversi in questa direzione, salvo purtroppo un cambio di rotta nell’ultimo atto…): è come se la nostra propensione alla commedia insidiasse anche un cinema che cerca di uscire da quel territorio. Peccato, perché la materia si prestava a ben altri affondi, vista l’esplosione nucleare da cui tutto si origina e le sperimentazioni cui gli Speciali vengono sottoposti. La scelta di estromettere la violenza dall’equazione (c’è un solo fotogramma, durante lo scontro nel sottomarino, che va in controtendenza), trasforma l’opera in un film per ragazzi coerente, ma abbastanza innocuo.

C’è poi un certo impaccio nella recitazione degli attori più giovani (i due bulli), e una rigidità un po’ ridicola nella scrittura di alcune scene (Michele che scappa usando un motorino, con tanto di casco “rivelatore”, nonostante l’invisibilità lo protegga; Stella che non si spaventa per nulla quando incontra il ragazzo invisibile), a testimonianza del fatto che la materia non è semplicissima da maneggiare; ma ci sono anche cose molto buone, come il colpo di scena nell’epilogo, che apre al sequel, e instilla proprio in chiusura quei germi di inquietudine della cui mancanza ci lamentiamo.

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