«Vaga verso stelle lontane, il suo vessillo è un teschio bianco in campo nero. Vive la sua vita in uno spazio senza confini e senza domani in armonia con le leggi dell’Universo. Libero». Accompagnato da queste parole, il 9 aprile 1979 fece il suo ingresso nelle case e nel cuore di migliaia di ragazzini italiani Capitan Harlock, il pirata dello spazio.Nato dalla matita del fumettista giapponese Leiji Matsumoto, Harlock si muove all’interno di un universo di grande originalità (il cosiddetto “Leijiverso”) in cui si intrecciano istanze proprie della letteratura di cappa e spada, i miti western della frontiera e del fuorilegge solitario e il sense of wonder tipico della fantascienza moderna. Il tutto mediato da una cifra poetica di grande suggestione.

L’impatto della prima serie animata sull’immaginario infantile degli anni ’80 fu notevole, grazie anche all’indimenticabile sigla che apriva e chiudeva ogni episodio. Schiere di ragazzine subirono il fascino del pirata spaziale, che fin da subito contese ad Actarus, protagonista dell’anime Atlas UFO Robot, la palma per il personaggio più cool. Ma se il pilota di Goldrake rispondeva ai canoni di un padre responsabile e politically correct, Harlock incarnava la figura del fratello maggiore che tutti sognavano di avere. Ombroso, taciturno e perennemente avvolto nel suo svolazzante mantello nero, il pirata brillava del fascino trasgressivo di chi era passato attraverso ogni sorta di avventura ma era sempre riuscito a spuntarla, battendosi con determinazione per la giusta causa della libertà e della giustizia. Vivo esempio di una fedeltà ai propri ideali che non conosceva compromessi, accompagnò le piccole lotte quotidiane di una generazione di bambini, che lo sentivano come un eroe vicino ai loro piccoli drammi e nello stesso tempo come un modello di coraggio e umanità impossbile da eguagliare.

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