Il Trono di Spade, non abbiamo mai parlato abbastanza di questi errori della serie
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Il Trono di Spade, non abbiamo mai parlato abbastanza di questi errori della serie

Conosciamo tutti le principali critiche all'ultima stagione della serie, ma ci sono una serie di altre piccole storture passate inosservate

Il Trono di Spade, non abbiamo mai parlato abbastanza di questi errori della serie

Conosciamo tutti le principali critiche all'ultima stagione della serie, ma ci sono una serie di altre piccole storture passate inosservate

gli errori del trono di spade

Le critiche all’ottava e ultima stagione de Il Trono di Spade sono ormai arcinote, tanto da essere entrate nel lessico comune anche tra chi non ha seguito fedelmente l’intera epopea fantasy di HBO. La trasformazione repentina di Daenerys Targaryen nella cosiddetta “Mad Queen”, la regressione psicologica di Jaime Lannister, la deludente morte del Re della Notte liquidata in una sola puntata e senza un vero confronto con Jon Snow, il ribaltamento finale che incorona Bran re dei Sette Regni: sono tutte scelte narrative che hanno polarizzato il pubblico e fatto esplodere la delusione di milioni di fan. Eppure, nel fuoco incrociato delle grandi polemiche, sono passati sotto silenzio diversi dettagli più piccoli ma non meno significativi, elementi che nel loro insieme contribuiscono a spiegare la sensazione di discontinuità e incoerenza che ha segnato il gran finale della serie.

Uno di questi è la sorprendente velocità con cui Daenerys e il suo esercito si spostano da Winterfell a Approdo del Re dopo la battaglia contro gli Estranei. Nelle stagioni iniziali, Il Trono di Spade si distingueva per la sua attenzione al realismo geografico: i viaggi erano lenti, faticosi, e contribuivano a rendere credibile il mondo creato da George R.R. Martin. Col tempo, però, il racconto ha sacrificato questa coerenza in favore di una compressione temporale funzionale alla trama. Già nelle due stagioni precedenti questa modalità di “teletrasporto” era stato oggetto di meme e critiche, ma l’ottava conferma questo approccio accelerato, rendendo difficile accettare che un esercito così vasto possa spostarsi in poche ore tra due regioni così distanti. La sensazione è che gli autori abbiano scelto di ignorare la logica per arrivare rapidamente ai momenti chiave.

Un altro punto dolente riguarda Varys, il Ragno. Tradizionalmente descritto come uno dei personaggi più intelligenti e prudenti della serie, viene improvvisamente ritratto come imprudente e maldestro proprio nel momento più delicato. I suoi tentativi di complottare contro Daenerys sono poco credibili: parla apertamente con più personaggi della possibilità di mettere Jon sul trono, scrive lettere compromettenti e tenta persino di avvelenare la regina in modo quasi dilettantesco. Un comportamento in netto contrasto con l’abile stratega che era riuscito a sopravvivere a mille intrighi di corte. Anche qui, la coerenza cede il passo alla necessità di portare avanti la parabola oscura di Daenerys.

E sempre a proposito di Daenerys, c’è un’anomalia visiva che molti hanno notato ma che è stata raramente approfondita: la spropositata quantità di Immacolati presenti nell’ultima puntata, dopo che la battaglia di Winterfell aveva chiaramente mostrato pesantissime perdite tra le sue fila. La regina dà il suo ultimo, inquietante discorso di fronte a un esercito apparentemente intatto, in netto contrasto con quanto visto pochi episodi prima. Nessuna spiegazione viene data su un eventuale rinforzo, né appare plausibile che Dany abbia lasciato parte dei suoi uomini lontani dallo scontro contro gli Estranei. Più che una scelta narrativa, sembra una distrazione produttiva o una sottovalutazione dell’attenzione dello spettatore.

Altre incongruenze riguardano le conseguenze della morte di Daenerys. Jon Snow, dopo averla pugnalata, viene arrestato dagli Immacolati e sottoposto a un processo, ma è difficile credere che un esercito che aveva appena massacrato i nemici a sangue freddo potesse mostrare tanta moderazione. Grey Worm, visibilmente fuori controllo nel finale, non avrebbe avuto alcun motivo per risparmiare Jon, e tanto meno per attendere una decisione politica condivisa. Anche qui si avverte la sensazione che tutto venga piegato a una necessità narrativa: risolvere la storia senza strappi eccessivi, anche a costo di forzare le reazioni dei personaggi.

Infine, c’è un elemento più sottile ma non meno spiazzante: la tendenza dell’episodio finale a rompere la quarta parete. Il discorso di Tyrion a Jon, in cui si riflette su chi abbia “la miglior storia”, sembra più rivolto agli spettatori che ai personaggi presenti. La trovata di Samwell Tarly che propone il titolo A Song of Ice and Fire come resoconto ufficiale della saga è una strizzata d’occhio fin troppo esplicita, e lo stesso commento sul fatto che Tyrion non venga citato nel libro suona come un ammiccamento forzato. Dopo sette stagioni in cui il tono era stato sempre rigoroso e coerente, questa deriva metanarrativa spezza l’illusione e alimenta la percezione di un finale scritto più per accontentare il pubblico che per chiudere organicamente la storia.

Tutti questi dettagli, sebbene meno discussi rispetto alle grandi scelte di trama, contribuiscono a spiegare il senso diffuso di insoddisfazione verso il finale de Il Trono di Spade. Non si tratta solo di cosa è successo, ma di come è stato raccontato: un accumulo di scelte affrettate, incoerenze e scorciatoie che hanno talvolta minato la credibilità di un universo narrativo costruito con cura per anni. E forse è proprio nei piccoli errori che si misura la grandezza o il crollo di una serie che aveva abituato il pubblico a standard altissimi.

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Foto: HBO

 

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