Claudio Caligari salva Venezia72. Questo è il sottotitolo de #ilmiocinema che state per leggere.

Prima di iniziare bisogna precisare alcune cose su questo film per capire a fondo la frase introduttiva.

Claudio Caligari è un regista romano incredibilmente radicato nella narrativa verace della città eterna. Un esempio del suo cinema è “Amore Tossico”, un film incredibilmente vero e toccante su un gruppo di drogati e la loro storia. “Non essere cattivo” è il suo ultimo film (Caligari muore 3 mesi fa, malato da tempo) e non riesce a vedere la luce se non dopo la dipartita del suo creatore. A montaggio lasciato a metà Valerio Mastandrea prende in mano la situazione e cerca disperatamente di far terminare il film e di farlo distribuire in sala, arrivando a scrivere una lettera a Scorsese e convincendo Pietro Valsecchi a entrare in collaborazione.

La trama è semplice: anni ’90, periferia romana o di Ostia, due amici inseparabili, la droga, la mancanza di soldi e famiglie distrutte dalla sfortuna. Niente di più, niente di meno.

Detto tutto ciò cerchiamo di fare il punto e di capire perché questo film, a mio parere, per il momento, sta salvando Venezia72 e prende di diritto il primo posto nella mia scala di apprezzamento.

Non essere cattivo” è un urlo sordo e strozzato di una periferia che non soffre mai abbastanza e mangia se stessa. Vittorio e Cesare rappresentano allo stesso tempo il valore e la perdizione, l’ignoranza e la voglia di riscatto. Sono esattamente ciò che esisteva e esiste ancora oggi a un passo da noi, in ogni città o quartiere senza progresso e attenzione, sono il risultato di una “svista generazionale” che ancora colpisce forte Roma.

Si drogano e passano l’intera giornata a cercare di “svoltare” citando Caligari stesso (cosa che fa all’inizio del film con la scena del gelato, famoso prologo di “Amore Tossico”), spacciano, fanno rapine, la loro caduta nel vuoto è inarrestabile.

Caligari ci mostra loro, il loro mondo, i loro tempi e le loro voci senza mai cadere nella retorica o nel facile racconto criminale: sono personaggi veri, attori incredibili e una fotografia non solo visiva, ma anche concettuale, stupenda. La regia riesce a campionare ogni sensazione dei protagonisti, riesce a stabilire i canoni del racconto nei primi 10 minuti e non pesa mai.

C’è una scena in particolare: Vittorio ha sniffato troppa cocaina e si ferma alla guida della sua auto, insieme a Cesare, su un ponte dove è sicuro di vedere un pullman pieno di fenomeni da baraccone che ostruiscono il passaggio. Recitazione, messa in scena e costruzione visiva e di colore perfetti per una sequenza in cui la musica smette di esserci quando deve e riparte nel momento in cui la vogliamo di più. Caligari sa cosa sta facendo e tutto il film lo segue senza recriminare.

Il livello raggiunto dal racconto e dalla sceneggiatura è incredibile: da romano il film ha toccato e fatto vibrare delle corde che erano sopite fin dalla mia infanzia, ha smosso dentro di me un fuoco che volevo ardesse ancora per un film della mia città, qui la Roma de “La Grande Bellezza” non esiste, qui la grande bellezza vive nei sentimenti veri e crudi di una Roma aperta in due, squarciata dai problemi di chi le appartiene. Il senso dell’amicizia supera un racconto che poteva essere classico e ridondante: la droga e lo spaccio sono, come detto sopra, marginali e funzionali a raccontare le persone e le loro storie.

Nulla è finto, niente è fasullo. Il cinema italiano generosamente bello e totalmente disinteressato.

Caligari sapeva esattamente cosa dovesse essere il suo film e sapete la cosa assurda qual è? Lui non ha fatto in tempo a vederlo finito: non ha fatto in tempo a vedere il suo testamento cinematografico, la chiusa di una carriera troppo breve e perfetta dal suo inizio al suo glorioso finale.

Da oggi in sala “Non essere cattivo” vi obbligo ad andare a vederlo. Tutti. Tutti quelli a cui piacciono le storie.

Leggi la recensione di Non essere cattivo di Giorgio Viaro
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