A parte Josh Brolin, c’erano tutti a presentare Inherent Vice dopo la proiezione stampa del New York Film Festival (qui la nostra recensione). Sì, anche Joaquin Phoenix, che come da copione non ha spiccicato una sola parola. Perché presentarsi allora se da anni ormai non ha più voglia di interagire con i giornalisti? Perché continuare a invitarlo se tanto si conosce la sua ritrosia (chi vuole può cambiare quest’ultimo vocabolo con altri come maleducazione, spocchia, poca professionalità)?

Comunque sia, gli altri erano più che ben disposti a parlare del film, soprattutto Paul Thomas Anderson: «È stato divertente tornare a lavorare con un cast più grande invece di concentrarmi solo su due o tre personaggi principali. L’unico rammarico è che ognuno di loro è stato sul set per pochi giorni, alcuni soltanto pochissimi giorni. Quando iniziavamo davvero a capire i ruoli per il progetto, molti attori avevano già finito la loro parte. Alla fine mi ritrovavo sempre solo con Joaquin Phoenix…»

La parola è poi passata a Owen Wilson, il quale ha sottolineato la facilità di lavorare con un regista del talento di Anderson: «Non è stato complicato entrare negli anni ’70, mi è bastato incontrarmi con Paul e discuterne. Anche il guardaroba aiuta molto un attore nel costruire un’immagine del passato. Lui non si è trovato sempre d’accordo con le mie idee riguardo l’abbigliamento di Coy Harlingen, ad esempio c’era una maglietta che io volevo assolutamente indossare e non me l’ha permesso. Alla fine credo si sia ispirato molto a Zoot, il sassofonista dei Muppets…»

A chi gli ha chiesto se c’era qualche film che lo aveva ispirato mentre pensava a Inherent Vice, Anderson ha risposto: «Ho guardato molti noir prima di iniziare a girare il film, soprattutto Il grande sonno. Ma alla fine ho capito che non potevo seguire nessuno di quei capolavori, perché volevo andare in una direzione diversa, gettarmi un po’ nel vuoto. La lavorazione del film è stata veloce, molti dei piano sequenza che ci sono li abbiamo girati in un giorno solo. Quando hai due ottimi attori che recitano dei buoni dialoghi, se puoi evitare di intervenire con il montaggio secondo me il risultato diventa molto più efficace. Alla fine sembra paradossale ma questi sono i giorni di ripresa più facili, tutto sta agli interpreti, non ci sono da preparare riprese particolari, solo lasciarli esprimere al meglio la loro arte.»

Una delle sorprese del film è la voce off che narra molti passi della storia, affidata al personaggio secondario di Sortìlege. Ancora Anderson ha spiegato la sua scelta: «Durante le riprese ho capito che volevo dare importanza alla figura di Sortìlege, la ragazza nel libro è la migliore amica di Doc, quella che ha sempre ragione e gli regala buoni consigli. Così ho pensato di inserirla anche come narratrice del film. Tutti dicono che usare un narratore è sempre una scelta sbagliata, ma molti dei miei film preferiti ce l’hanno, così ho provato a inserirne poco alla volta e alla fine mi sono convinto che in Inherent Vice questo sguardo esterno da parte di lei era la cosa migliore da adoperare.»

In un piccolo ruolo compare anche il grande Martin Short, il quale come gli altri ha sottolineato la sua ammirazione per il lavoro di Anderson: «La cosa più bella del lavorare con un grande regista è che ti senti completamente al sicuro perché durante le riprese puoi sperimentare quanto vuoi e sai che poi le giuste decisioni verranno prese settimane dopo, in sala di montaggio. Si tratta quindi di fornire al cineasta una serie di variazioni concordate e poi starà a lui scegliere al più adatta per la sua idea specifica del film.»

Inherent Vice è stato girato in pellicola, scelta controcorrente rispetto al dilagare del digitale: «L’ho girato in 35 mm perché per me la pellicola è ancora una cosa bella da adoperare – ha affermato ancora Anderson – Il risultato estetico è ancora importante. Era un modo magari piccolo ma sincero per mantenerla ancora un po’ in vita, prima che scompaia del tutto. E poi mi sembrava il formato adatto per trasporre il libro. Sia nelle musiche che in tutto il resti abbiamo tentato di rimanere fedeli alle fascinazioni che il romanzo di Thomas Pynchon propone.»

Alla domanda se durante le riprese gli attori hanno improvvisato molto risponde Owen Wilson: «Non ricordo molta improvvisazione nelle mie scene, ma venivamo comunque stimolati a provare qualsiasi cosa ci venisse in mente, che in fondo è una cosa differente. Era un caos organizzato in qualche modo.»

Anche la sempre più lanciata Jena Malone recita nel film un piccolissimo ruolo, quello della moglie di Owen Wilson: «Anche se può sembrare un film caotico, al contrario si tratta di una sinfonia ben orchestrata di toni e personaggi differenti. Tutti abbiamo cominciato ad esempio lavorando sulle parole, sui dialoghi, che sono così densi e affascinanti. Per me è stato un processo nuovo, iniziare a focalizzarmi subito sulle parole, anche prima di costruire una storia. Sedersi a recitare una scena con Joaquin Phoenix e avere la possibilità di esprimerla fino in fondo, questo è fare grande cinema.»

 

 

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