Claudio Cupellini ha i minuti contati. Il regista di Una vita tranquilla sta girando le ultime puntate di Gomorra – La serie, «con ritmi devastanti, partiamo alle cinque del mattino e proseguiamo tutto il giorno», ma riesce a ritagliarsi il tempo per concederci una densa intervista. Al telefono, Cupellini non cede il passo alla stanchezza, anzi, lo troviamo disponibile ed entusiasta. Ci ha parlato con passione del suo terzo film, Alaska, una storia d’amore dolorosa, che nasce nella tragedia e che si srotola lungo svariati anni (qui la nostra recensione).

Best Movie: Parto chiedendoti di spiegarmi il titolo, come mai una scelta così esotica?
Claudio Cupellini: «Il motivo deriva dal fatto che la parola ha in sé qualcosa di profondamente evocativo del tema del film. È un termine che richiama immagini avventurose, estreme e pericolose, come la ricerca dell’oro e le terre ostili. Mentre io e gli sceneggiatori scrivevamo il film e ci è venuto in mente di chiamare “Alaska” il locale dove il protagonista trascorre parte della sua storia, abbiamo anche capito che quel nome racchiudeva molto del senso ultimo del racconto, ovvero quello di una grande avventura, epica, rischiosa, difficile, che assomigliava molto alla storia d’amore tra Fausto e Nadine, che è qualcosa di molto potente che si sviluppa in cinque anni sia in Italia che in Francia, muovendosi per il mondo. Inoltre, era un titolo che per fortuna si allontanava dai soliti titoli italiani che girano sempre attorno a “cuore” e “amore”».

BM: Mi incuriosisce la scelta della coppia protagonista, soprattutto quella legata ad Àstrid Bergès-Frisbey, una futura star hollywoodiana. Come è avvenuto il loro casting?
CC: «La storia l’ho scritta pensando ad Elio (Germano, ndr), perché avevo molta voglia di lavorare con lui, l’ho sempre amato e, per il tipo di storia che volevo raccontare lui era l’unico in grado di poterla interpretare e arricchire. La protagonista femminile invece doveva necessariamente essere straniera; per trovarla ho fatto dei casting piuttosto lunghi a Parigi. Cercavo una bellezza non rassicurante, un’attrice che riuscisse a tenere testa a Elio e al suo personaggio. All’epoca Àstrid non aveva ancora lavorato molto a Hollywood a parte il ruolo in Pirati dei Caraibi; in lei ho scoperto una ragazza forte, determinata, talentuosa, caratteristica, quest’ultima, essenziale per reggere il confronto con un mostro come Germano».

BM: Alaska è una storia d’amore molto drammatica…
CC: «Sì, la chiave della pellicola è drammatica, proprio come in Una vita tranquilla: quando scrivo e giro i miei film cerco di dare una cornice non dico di genere, ma quasi, ad esempio qui manteniamo un contesto duro in una cornice da melò, per raccontare tante cose. La love story è importantissima e titanica, ma allo stesso tempo volevo parlare dei rapporti di forza che si possono instaurare tra due persone che si vogliono bene, dell’ambizione sfrenata che al giorno d’oggi possiede chi non ha niente, di quanto sia difficile fare delle scelte, perché molte volte puoi trovarti con un bilancio per cui da una parte il peso è dato da ciò che il mondo ti può offrire, ossia le soddisfazioni più immediate e materiali, mentre dall’altra c’è un concetto di purezza che ci appartiene e che teniamo nascosto, che dobbiamo imparare a capire per direzionare le nostre decisioni verso ciò che riteniamo più giusto».

BM: Nella trama, viene posta molta attenzione sul fatto che uno degli ostacoli che affrontano Fausto e Nadine sia di natura economica, precaria.
CC: «Alaska non è un film sociale sul precariato, ma parla di come una persona ambiziosa, come narrato ne Il Grande Gatsby, pensi di dover conquistare il mondo per poter ottenere anche altre soddisfazioni. In questa pellicola si racconta di smodate ambizioni, di amicizie tradite, di rapporti di forza violenti».

BM: Anche in questo caso torni a lavorare con Marco D’Amore…
CC: «Ero a pranzo con lui pochi minuti fa. Per me Marco è più che un fratello, ed è un collega che mi ha dato tanto, al punto che mi sembra impossibile lavorare senza di lui. In Alaska gli ho chiesto di prestarsi a una parte piccola, ma in cui solo lui avrebbe potuto calarsi. Stare sul set con Marco è sempre una gioia».

BM: Hai riscontrato molte differenze tra il set italiano e quello parigino?
CC: «Noto sempre delle differenze quando mi sposto. Muoversi è importante, rende più fertile e vero il lavoro. I metodi francesi sono meno caotici e più precisi, ma devo dire che nonostante lì ci siano professionisti bravissimi, lavorare con una troupe italiana ha il valore aggiunto di una creatività un po’ folle e improvvisata, necessaria per fare un film».

BM: Per Alaska hai avuto qualche riferimento cinematografico particolare?
CC: «Nel raccontare questa storia ho pensato al primo Terrence Malick di La rabbia giovane, e poi a François Truffaut. Ma mentre la scrivevo continuava anche a rimbalzarmi in testa la canzone di Bob Dylan, Tangled Up in Blue».

BM: Parliamo un po’ della seconda stagione di Gomorra: come procedono le riprese, e come vi siete divisi gli episodi stavolta?
CC: «Stefano Sollima ha girato le prime tre puntate, poi son entrati in gioco Francesca Comencini e la new entry Claudio Giovannesi. Ci siamo suddivisi equamente le parti, io mi sono occupato prima del quinto e sesto episodio, e ora dell’undicesimo e dodicesimo. Sono molto felice di chiudere la stagione, è sempre un momento molto importante. Adesso, terminate le riprese a Trieste, ci concentreremo sul segmento finale».

BM: Ti va di parlarmi dei tuoi progetti futuri?
CC: «Appena terminate le riprese di Gomorra nella prima settimana di Novembre, accompagnerò Alaska durante la sua uscita, e poi correrò a scrivere un altro film. Ho in mente una storia davvero bella, di cui ho pudore a parlare, a cui tengo moltissimo».

BM: Hai visto un film che ti è piaciuto particolarmente di recente?
CC: «Sono papà da poco tempo, questa per me è stata un’annata intensa tra la prima stagione di Gomorra, Alaska, mio figlio e il trasferimento; è un anno che viviamo come degli zingari! Quindi il cinema è rimasto in secondo piano, ma mi sembra giusto dire che ho visto da poco un film che mi è piaciuto moltissimo, Non essere cattivo di Claudio Caligari. Una pellicola realizzata in condizioni terribili, che mi ha toccato moltissimo, e con due attori meravigliosi. Mi ha commosso, e mi ha commosso il fatto che esiste ancora uno spazio per esprimere con forza il proprio mondo artistico. Sono felice sia stato scelto per rappresentarci agli Oscar, anche se è una gioia postuma e le gioie postume non sono mai del tutto complete, anche perché penso che Caligari sia un grande regista che ha vissuto una vita difficile e a tratti frustrante, non potendosi esprimere pienamente. Quindi trovo bello il volerlo candidare, perché gli darà più visibilità, e la possibilità di venire conosciuto di più».

L’intervista è pubblicata anche su Best Movie di novembre, in edicola dal 28 ottobre.

Foto: Indiana Production Company/Rai Cinema/2.4.7. Films/Business Location Sudtirol Alto Adige/MiBAC

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