Tre anni fa, durante la Notte degli Oscar, Kathryn Bigelow si è imposta sull’ex marito James Cameron, soffiandogli le due statuette più ambite, quelle per il miglior film e la miglior regia. Lui era in gara con l’innovativo Avatar, lei con il war movie altrettanto rivoluzionario The Hurt Locker.
Questo mese la regista torna al cinema (e in Medio Oriente) con un altro film che in patria ha già incassato il plauso della critica, entusiasta davanti a quella che è «essenzialmente un’inchiesta giornalistica in grande stile, affatto politica». Un trionfo per un film tanto coraggioso e delicato. Operazione Zero Dark Thirty, infatti, racconta la caccia e l’uccisione di Osama Bin Laden attraverso gli occhi di un’agente della CIA – la interpreta Jessica Chastain – ribattezzata semplicemente «la ragazza» dai colleghi uomini, la cui risolutezza e istinto sono stati determinanti nell’individuazione del bunker del leader di Al-Qaeda.

Stava già lavorando da anni a un film su Bin Laden, quando lui è stato ucciso. Ha dovuto stravolgere la sua storia?
«È vero, stavamo lavorando a un progetto da diverso tempo; Mark (Boal, lo sceneggiatore nonché compagno della Bigelow, ndr) era già a buon punto della sceneggiatura quando mi telefonarono per avvisarmi che Osama Bin Laden era stato ucciso. Accendemmo la tv e guardammo cosa stava accadendo a New York e Washington e fu piuttosto emozionante per entrambi. Certo, abbiamo dovuto modificare parecchio, ma il fulcro del film non cambia. Mi interessava mostrare la caccia all’uomo più pericoloso del mondo, questa impresa straordinaria, che ha coinvolto uomini e donne. Volevo addentrarmi nella mente di chi ha dedicato una vita intera a questo scopo, senza avere alcun riconoscimento pubblico e ufficiale per via della segretezza del lavoro; i sacrifici che hanno affrontato, i pericoli che li hanno circondati. Li ammiro molto».

Lei possiede le stesse qualità, la stessa determinazione, pur nel suo lavoro da filmmaker.
«Non so. Forse inconsciamente, ma è un bel complimento, grazie. Credo solo che un regista debba essere tenace. È questa la caratteristica che abbiamo in comune: il non arrendersi. Bisogna sempre andare avanti, nonostante le centinaia di porte sbattute in faccia».

Com’è riuscita a instaurare una collaborazione con l’Intelligence per scoprire cosa è successo realmente?
«The Hurt Locker è stato accolto positivamente nell’ambiente. Questo ha fatto sì che sia io sia Mark avessimo la libertà e le carte in regola per poter ricostruire gli eventi e raccontarli con fedeltà e rispetto della realtà. Sono sicura che ci fossero molti altri autori desiderosi di portare sul grande schermo questa storia; Mark l’ha scritta in maniera magnifica. Fare film su fatti realmente accaduti è molto interessante perché ti pone a metà strada tra un reporter e un filmmaker. Operazione Zero Dark Thirty ha al centro uno straordinario team di uomini e donne, dei quali ci interessava far emergere la passione per il loro lavoro. Non avevamo alcun obiettivo politico».

Quanto è stato importante per lei attenersi ai fatti realmente accaduti?
«Essere fedele alla ricerca è al contempo stimolante e consolante, perché mi fornisce delle linee guida entro le quali muovermi e attraverso cui ottenere dettagli importanti, ma anche i margini per creare qualcosa di nuovo. Lavorare su una storia il cui finale è noto a tutti è una sfida artisticamente affascinante». […]
(Foto Getty Images)

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