C’è poco da fare, come per il Freddo, il Libanese o il Dandi, anche per Andrea Sartoretti il nome de “er Bufalo” gli rimarrà tatuato addosso. Ma per lui questo non è problema, anzi: «è un ruolo che ho nel cuore, un personaggio complesso in cui convivono una violenza e un amore incondizionato», e poi quella di Romanzo criminale «era una scommessa rischiosa ma tutti noi ci abbiamo messo così tanta passione e professionalità che ora ci guardano in mezzo mondo». Oltre a Romanzo Criminale, se c’è un’altra serie televisiva italiana che è diventata sinonimo di qualità e intelligenza questa è Boris e anche lì Andrea Sartoretti ha avuto un ruolo significativo interpretando, sia per la versione tv sia per l’omonimo film, il ruolo di uno dei tre esilaranti sceneggiatori parassiti.
Ora lo aspetta invece un film molto atteso: il 27 gennaio lo vedremo infatti in ACAB (il film diretto da Stefano Sollima – il regista di  Romanzo Criminale – La serie) dove, ironia della sorte, interpreta un ex celerino. E dove divide lo schermo con grandi nomi come Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro e Marco Giallini. Per farci raccontare di questa sua esperienza abbiamo raggiunto telefonicamente Andrea Sartoretti che ci ha parlato dei suoi progetti, della sua carriera e della sua passione per il mare.
(Foto: Getty)

Best Movie: Sappiamo che in questo momento si trova sul set. A cosa sta lavorando?
Andrea Sartoretti: Sto girando la quarta serie di Squadra antimafia – Palermo oggi. Sono il nuovo antagonista: un siciliano che possiede un night a Mondello dove si nascondono affari loschi. Ho accettato questo ruolo perché rappresenta l’ “anti-Bufalo”: tanto il personaggio della serie di Romanzo Criminale era istintivo e agiva di pancia, tanto quello di Squadra antimafia è raffinato e colto, ha perfino un master in economia preso a Londra! Sono 10 episodi di 100 minuti ciascuno: ho iniziato a girare a settembre e sarò occupato fino a marzo.

BM: Ha nominato il Bufalo, il personaggio che le ha dato la notorietà e a cui, per ovvie ragioni, sarà molto legato…
AS: Il Bufalo ce l’ho nel cuore, ci sono affezionatissimo. È un personaggio complesso in cui convivono una violenza e un amore incondizionato: certo è un criminale, ma alla fine lui è un romaticone, ha un legame fortissimo con gli altri componenti della Banda. Per strada nessun fan mi ha mai detto: «come spara bene il Bufalo», piuttosto «il Bufalo è il vero amico, quello che non tradisce mai». E lo stesso avviene anche per gli altri personaggi della serie: noi del cast siamo molto amici e anche gli altri attori mi hanno confermato che il pubblico tira sempre fuori l’aspetto positivo di ognuno di loro: del Libanese che era un grande leader, del Freddo che era un misterioso romantico e così via. Alla fine, la gente si affeziona al lato positivo del personaggio.

BM: Il 27 gennaio sarà al cinema con ACAB: come definirebbe questo film?
AS: Come esistono i film che parlano d’amore, esistono i film che parlano di odio. E ACAB è uno di questi. Tramite dei poliziotti o degli ex poliziotti (come Carletto il personaggio che io interpreto) si racconta come come l’odio sia un sentimento contagioso. E un collante impressionante. Questi celerini vivono una tensione molto alta perché sono odiati da tutti, dalla gente comune ma anche dai colleghi degli altri reparti della Polizia. Sono immersi nell’odio e per difesa, per reazione, odiano ancora di più. L’odio unisce e li fa sentire parte di una famiglia; non a caso si chiamino fratelli. L’odio è un sentimento che appartiene al genere umano: è facile farsi contagiare ed è facile distribuirlo. Regalare odio è più facile che regale amore. Alla fine, ACAB è un film molto forte: dopo averlo visto ti obbliga a prenderti 10 minuti con se stesso. È un film che non vuole prendere posizioni, osserva, guarda il mondo dal buco della serratura senza giudicare.

BM: Qual è la caratteristica del suo personaggio?
AS: È un uomo molto arrabbiato: siccome non è soddisfatto della sua vita invece di cercare la causa del proprio fallimento in se stesso, dà la colpa a tutto ciò che è fuori. Con rabbia e, ripeto, con odio.

BM: Come si è preparato a questo ruolo?
AS: Con gli altri attori (Pierfrancesco Favino, Filippo Nigro, Marco Giallini e Domenico Diele, ndr) abbiamo lavorato molto sul piano fisico. Abbiamo partecipato a delle simulazioni di cariche contro tifosi che lanciavano petardi e pietre e poi abbiamo imparato le posizioni che devono assumere i celerini durante le manifestazioni. Anche se nel film io sono un ex celerino e quindi non partecipo in prima persona alle cariche, ho voluto partecipare a queste prove fisiche perché volevo capire da dove venivo. Pur non vestendo più la divisa, il mio personaggio rimane comunque celerino a vita. Abbiamo poi incontrato dei poliziotti veri: insieme a Filippo Nigro, ad esempio, siamo andati un giorno a studiare degli agenti che facevano servizio davanti al Governo. Dai racconti di questi uomini veniva sempre fuori che loro non avrebbero mai lasciato indietro un fratello. Sono tremendamente uniti.

BM: Com’è stato tornare a lavorare con Stefano Sollima che l’aveva già diretta nella serie di Romanzo Criminale? Tra l’altro questo è il suo film d’esordio.
AS: In realtà dopo le due serie di Romanzo Criminale è un po’ come se Stefano avesse alle spalle 22 film, certo è un esordio sul grande schermo ma sulle sue spalle di pellicola ne è passata! Quando il primo giorno di set i nostri sguardi si sono incrociati siamo scoppiati subito a ridere, siamo come due fratelli. E poi c’era anche Marco Giallini: è stato bello rivederselo vivo dopo che in Romanzo Criminale (dove Giallini interpretava il Terribile) lo avevo accoltellato e ucciso…

BM: Per restare a Romanzo Criminale, quali sono state secondo lei le ragioni di quel successo?
AS: È stata una scommessa vinta. Tutti noi abbiamo cominciato con una grande ansia: avevamo alle spalle un film con dei bravissimi attori e quindi andare a riproporre dei personaggi che avevano già dei volti noti non era impresa facile. Siamo stati tutti molto concentrati, molto seri: ci abbiamo messo una grande passione e professionalità e credo che il pubblico l’abbia percepito e ci abbia restituito l’entusiasmo. E poi sia Cattleya che Sky hanno creduto e investo molto, anche economicamente. Non hanno avuto paura della qualità: c’erano alcune scene in cui bastava stringere l’inquadrataura e invece si sceglieva un’inquadratura larga per riprendere Piazza Navona interamente ricostruita come negli anni ’70, un costo enorme. Ma la qualità è stata premiata e ora la serie è vista in tutto il mondo. La gioia più grande è stata quando in Francia, dove sono cresciuto, Le Figaro ha scritto «la serie evento dell’estate non è né americana bensì italiana: Romanzo Criminale».

BM: L’altra serie, per altro sempre di grande qualità, per cui è conosciuto è Boris.
AS: Anche a Boris sono molto affezionato e poi lì subentra un discorso famigliare: io sono cresciuto con due dei tre autori, Mattia Torre e Giacomo Ciarrapico, e con Pietro Sermonti, l’attore che interpreta Stanis: eravamo compagni di scuola e abbiamo iniziato a far teatro insieme, costruivamo noi le scenografie e scrivevamo i testi. Il nostro primo spettacolo s’intitolava “Io non c’entro” e lo abbiamo messo in scena nel 1994 al Teatro Tordinona di Roma: ci prestò i soldi la mamma di Giacomo, erano 2 milioni e 800 lire, ma alla fine siamo riusciti a ridarglieli. Per me il teatro è stata un’esperienza importante: ne ho fatto tanto ed è anche possibile che tornerò a farlo, se ne parlava proprio in questi giorni con Mattia Torre e Pietro Sermonti.

BM: Ce la regalerete prima o poi la quarta serie di Boris?
AS: In realtà al momento non è prevista, anche se è molto richiesta. La voglia di farla è tanta, ma credo anche che si debba avere il coraggio di chiudere. Per esempio, so che c’è anche una grande richiesta per la terza serie di Romanzo Criminale: effettivamente uno potrebbe farla e farsi anche un sacco di soldi, ma non ci sarebbe la passione e la voglia di qualità di cui si parlava prima. Per Boris, mettiamola così: se non viene l’idea geniale che può dar vita ad altre 14 puntate, la quarta serie non ci sarà mai. Se invece gli sceneggiatori riescono a trovare lo spunto divertente e geniale che le giustifica, allora sì.

BM: È vero che la sua passione per il cinema è nata quando vide i 400 colpi?
AS: È verissimo. È un film che adoro e che conosco praticamente a memoria. Per anni ho sognato di essere il bambino protagonista e quando, crescendo, ho realizzato che non era possibile ho deciso di far finta di esserlo e di diventare attore.

BM: Oltre a Truffaut quali sono i suoi registi preferiti? E con chi le piacerebbe lavorare?
AS: Il famoso sogno nel cassetto è partecipare a un film dei fratelli Coen, li adoro. E poi amo le commedie francesi di Jean Pierre Bacri. Tra gli italiani invece mi piacciono molto Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, giusto per citarne alcuni. I bravi registi certo non ci mancano, quello che manca, come si diceva prima, è la volontà di vincere la paura della qualità.

BM: Be’, un punto a suo favore per lavorare con i fratelli Coen è che lei ha origini americane, giusto?
AS: Sì, sono nato in America ma in realtà mi sento molto italiano, europeo al massimo. Però il passaporto americano mi è servito per una giusta causa: votare per Barack Obama.

BM: Se Andrea Sartoretti non fosse riuscito a diventare un attore cosa sarebbe diventato?
AS: Sicuramente una professione legata al mare. Avrei preso la patente nautica e avrei cercato di fare vela a livello professionista, oppure il biologo marino.

BM: Sbaglio o lei ha una grande passione per il surf?
AS: Fare surf è la cosa che mi piace di più in assoluto dopo recitare. Appena mi libero da un set prendo un aereo e vado alla ricerca delle onde. Quest’anno, ad esempio, sono stato alle Canarie, in Marocco, in Francia. È lo sport più bello del mondo, non sto esagerando. Certo è faticoso, ma mi dà una pace e una serenità estrema. Ho iniziato per caso durante una vacanza sulla costa basca francese e da allora non ho più mollato. La gente pensa che solo alle Hawaii si possa fare surf, in realtà alcune delle onde più belle del mondo le trovi in Marocco. Ma anche in Portogallo in certi periodi dell’anno ne trovi di bellissime e persino a Roma. Digitare “Bazai Surf Roma” su Youtube per credere! E ti chiederai «ma veramente Italia questa?». Per la Sardegna dell’Ovest se cerchi “Capo Mannu Surf” vedrai onde anche di 5 metri. Per cultura ci hanno insegnato che il mare bello è quello calmo e così, spesso, le onde non le abbiamo mai viste, ma ci sono!

BM: Qual è l’ultimo film che ha visto al cinema?
AS: Ho visto un film iraniano intitolato Una separazione. Mi è piaciuto: mi sembrava di vedere un film italiano neorealista scritto da Zavattini e questo mi ha fatto sentire a casa.

BM: Progetti cinematografici in vista?
AS: Per adesso ci sono un paio di progetti che però sono in fase di introduzione: ho incontrato il regista e letto le sceneggiature ma è ancora tutto in costruzione. Non posso dire altro se non che che si tratta di una commedia e di un poliziesco.

BM: Non doveva partecipare al nuovo film di Susanna Nicchiarelli (la regista di Cosmonauta, ndr)?
AS: Mi è spiaciuto molto ma ho dovuto rinunciare, avevo troppi impegni e non si può fare tutto nella vita!

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