dopo la guerra di annarita zambrano

La regista italiana Annarita Zambrano ha presentato alla stampa italiana presente a Cannes il suo Après la guerre, che arriva a concorrere nella sezione Un certain regard dopo una complessa lavorazione che ha richiesto dei finanziamenti francesi (la regista vive in Francia da vent’anni) e sei anni di lavoro. Una storia di terrorismo ma anche di affetti, con un nucleo famigliare che si ritrova a dover pagare le conseguenze di colpe non proprie. La vicenda di Marco, ex-militante di sinistra, condannato per omicidio e rifugiato in Francia da vent’anni grazie alla dottrina Mitterand, che permetteva agli ex terroristi di trovare asilo oltrealpe, è infatti il perno intorno al quale ruota la vicenda.

«Io non faccio un film per disprezzare i miei personaggi – ha dichiarato la Zambrano a Cannes – è una cosa mostruosa e nessun regista dovrebbe mai farlo. Non spetta a me giudicare e io ho dato a questo personaggio comunque colpevole tutto il mio amore incondizionato. Volevo dargli luci e ombre e fornire un ritratto umano, lasciando il politico in secondo piano e identificandomi con l’uomo. Il film è senz’altro politico, ma dal politico bisogna sempre trascendere per entrare nell’umano, nelle coscienze collettive. Volevo fare un film su una storia privata che però è anche pubblica, perché è in ballo il giudizio di un’intera comunità». 

Al centro del film c’è la dottrina Mitterrand. Una questione controversa, a dir poco scomoda per un coraggioso film d’esordio che già si poneva l’obiettivo di raccontare il terrorismo, altra sfida titanica. «Volevo riaprire una riflessione su quest’aspetto – ha proseguito la Zambrano – un colpevole è sempre colpevole, ma siamo colpevoli anche noi se lasciamo correre. In Francia molte persone che ne hanno approfittato si sono rifatti una vita senza affrontare le loro responsabilità, appesi a un filo, senza documenti che fossero validi o non validi. Volevo indagare questo scarto tra ragione umana e ragione politica, come Antigone che deve prendere una decisione intima ma in rapporto al dovere dello Stato. Volevo uscire dal cliché francese del terrorismo ombroso e fascinoso, con le barbe alla Che Guevara. Giuseppe viene dal teatro tragico e mi interessava la fisicità di quest’uomo capace di occupare col corpo un grande spazio, anche morale. Un po’ alla Orson Welles».

Quando gli si chiede, con un po’ di inevitabile malizia giornalistica, di un possibile parallelismo tra Cesare Battisti e il personaggio di Battiston, la regista nicchia.  «Non centra nulla direttamente, ma è un personaggio che poteva benissimo essere reale. Quando Moro è stato ucciso avevo sei anni, l’ho vissuta da bambina quella violenza strisciante e noi bimbi capivamo e al contempo non capivamo le cose. Non sono nessuno per raccontare il terrorismo, come molti d’altronde mi hanno detto a proposito di questo film per scoraggiarmi, ma ho provato a dare una mia chiave di  lettura a un argomento di cui molti si sono appropriati, rendendolo privato e inespugnabile. I giovani hanno il diritto di contestare, ma contestare non significa certo uccidere. Invece un’intera generazione è stata presa in ostaggio da questa violenza. Io volevo intavolare una reminiscenza di ciò, ma senza per questo produrre un  film che fosse un flashback ininterrotto».

Nel film c’è anche Barbora Bobulova, già presente in un altro italiano presente a Cannes quest’anno, Cuori puri, che qui interpreta la sorella del protagonista, Anna. Una donna sfibrata, carica di dolore, restituita dall’attrice slovacca con grande umanità. «Nessun regista italiano mi avrebbe offerto questo tipo di storia, se non ci fosse stata Annalisa non avrei mai fatto un film così. È una vicenda così italiana che credo che lei volesse un’attrice con occhi alieni, diversi, come non possono che essere i miei, da straniera. Annalisa è una regista attentissima alla recitazione, vorrebbe quasi travalicare la macchina da presa per starti accanto, suggerirti, consigliarti. Riguardo alla politica non ho un buon rapporto con essa, credo che non riesca mai ad affrontare il cuore del problemi, replicando errori dai quali non riusciamo a uscire e che si ripetono ciclicamente».

Il film passa a Cannes all’indomani dell’attentato di Manchester e la Zambrano conclude proprio su questo punto, oltre che sulla sua esperienza da regista esule. «Non siamo in guerra, ma viviamo comunque immersi in una violenza quotidiana, perché non ci stupiamo più davanti agli attentati e chiediamo solo dov’è stato, come se ogni volta fosse normale. I francesi la loro paura la stanno affrontando bene e con coraggio. Vorrei tanto fare film in Italia, ma vivo in Francia da 20 anni e mi ha adottato. Mi ha insegnato a lavorare tantissimo, a non strisciare per chiedere l’elemosina a nessuno, a preservare la mia dignità d’autore e a lavorare su di essa. In Francia, per stare bene e ottenere delle cose, bisogna fare meglio di tutti gli altri, se sei straniero, perché in quanto tale da te pretendono di più. Tutto ciò mi è servito da stimolo».

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