Si può insegnare a far paura? Secondo Jeffery Deaver, uno che di atmosfere da brivido se intende, sì. L’autore è l’ospite d’onore dell’edizione 2014 del Courmayeur Noir in Festival, che gli ha consegnato il Raymond Chandler Award (una cerimonia di premiazione da ricordare) facendo da vetrina prestigiosa alla sua ultima fatica, L’ombra del collezionista, sequel di uno dei suo romanzi più amati: Il collezionista di ossa.

L’incantevole Jardin de l’Ange fa da salotto alla conversazione tra Deaver e il nostro Gianrico Carofiglio, firma del thriller italiano riconosciuta anche all’estero. I due si conoscono e si stimano, cosa che si percepisce a ogni domanda e risposta. «Come si provoca paura nel lettore?», chiede Carofiglio. «Partendo dalle cose semplici», risponde Deaver. «La paura è un sentimento universale, primitivo. Oggi il cinema horror è funestato da film terribili. Prendiamo Saw: è solo gore, non c’è nulla di veramente spaventoso nel vedere torturare la gente nei modi più disparati. Quello che conta è la suspence. Hitchcock era un maestro in questo: tutti avete visto i suoi film, ma scommetto che se vi domando se qualcuno di voi ha mai visto giusto per diletto il filmato di un’autopsia, in pochi alzereste la mano». E infatti non lo fa nessuno.

Deaver è un architetto implacabile, che costruisce thriller a orologeria giocando con le aspettative dei lettori. «Sto molto attento alla trama dei miei libri, a come coordinarla. Trasporre in un libro una serie come 24, in cui succedono mille cose in un arco di tempo limitato, è pressoché impossibile. Bisogna saper scegliere che tipo di struttura narrativa usare, senza perdersi nella propria scrittura». Chi parla è un cantastorie oscuro, ma generoso nel condividere la sua esperienza, anche raccontando aneddoti sui suoi colleghi: «Un giorno stavo assistendo alla presentazione del nuovo libro di uno scrittore horror molto bravo, morto qualche tempo fa, di cui non farò il nome. Accidentalmente, un cameriere gli rovesciò dell’acqua su pantaloni e scarpe. Si scusò subito, cercando di asciugare il macello con un panno. Questo autore disse “costano più le mie scarpe di questa intera hall”. Mi è quasi caduto un mito, infatti non gli ho chiesto l’autografo».

Tra scrittura seriale e romanzi stand alone preferisce la prima, «perché i lettori possono affezionarsi ai personaggi (vedi Lincoln Rhyme, John Pellam o Katheryne Dance, ndr)». E il legame con il cinema? «Lo amo da sempre, soprattutto per la forza delle sue immagini. Ma non potrei mai scrivere una sceneggiatura, non ne sarei capace. È un linguaggio troppo diverso dal mio, non voglio farne parte. Questo, però, non significa che non ami la crossmedialità: tutto ciò che amplia la creatività è una benedizione. Mi hanno persino contattato gli sviluppatori di GTA per chiedermi di scrivere il concept per un videogioco…».

Rockstar Games e Deaver: da far girare la testa solo a pensarci.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA