Jerry Lewis

È stato uno dei più importanti showman del Novecento, Jerry Lewis. Un cavallo di razza della comicità e un pioniere della risata, che del Secolo breve ha saputo cogliere l’istinto verso la brevità fulminante, il lampo surreale, l’intuizione folgorante. Tutte cose che il Picchiatello ha trasferito nel suo cinema spassoso ed esilarante, che dietro la facciata innocua nascondeva però qualcosa di più: una specie di sussulto nevrotico, una scarica elettrica e un po’ disturbante, che non rassicurava mai del tutto perché sempre aperta alla catastrofe. «Infantilismo epilettico e cataclismico», lo definì il critico Goffredo Fofi.

Vedere i suoi film restituiva l’incanto ludico e un po’ imbambolato di un’America che, pensata oggi, all’alba dell’era Trump, sembra niente di più che un giocoso e leggiadro prototipo di innocenza non ancora perduta. Al suo interno si muoveva come un in una striscia di fumetti a due dimensioni, Jerry Lewis, con quella faccia spesso deformata in un ghigno grottesco da Stregatto di Alice nel paese delle meraviglie. Proprio come in Lewis Carroll, dietro la seduzione ammaliante dell’incanto e della scoperta c’era però la promessa di un’Apocalisse: siamo in un cartoon, certo, ma non è detto che i disegni animati, con i quali Lewis condivideva moltissimo, non celassero al loro interno inquietudini più profonde e prospettive tutt’altro che rassicuranti, cadute libere verso l’ignoto e racconti in apparenza esili ma in realtà ricoperti di follia. 

Dopotutto Jerry Lewis, che cadendo una vertebra se le era anche rotta, aveva fatto della caduta più che dell’ascesa il suo marchio di fabbrica indelebile, una gag slapstick che aveva contribuito a renderlo unico e riconoscibile. Lui, che era cresciuto a suon di fumetti e di imitazioni scoprendo ben presto di essere in grado di far ridere tutti, il successo se l’è visto piombare addosso affrontandolo con ironia graffiante e con la goffaggine stralunata del Picchiatello, la sua identità più celebre. Con la grazia anarchica di chi si trovava da qualche parte sempre per caso, mai per desiderio (ancor peggio se a centrare era l’ambiente del cinema, come dimostra l’acidissimo Il mattatore di Hollywood) e con la stramberia del babbeo di turno, lo schlemiel ebreo della tradizione yiddish da cui Lewis proveniva per parte dei genitori, immigrati russi di origine ebraica. 

Il Novecento, si diceva: la gag della macchina da scrivere invisibile percorsa dalle dita velocissime di Jerry Lewis rimane una delle sue creazioni comiche più rappresentative, probabilmente il corrispettivo della catena di montaggio di Charlie Chaplin, col quale Lewis ha condiviso anche la capacità di fare satira sulla guerra e di irridere perfino Adolf Hitler: è il caso del suo nono film da regista, Scusi dov’è il fronte, che proprio come Charlot ne Il grande dittatore lo vedeva impegnato in un doppio ruolo. Un doppiezza che Lewis ha sperimentato anche e soprattutto al fianco di Dean Martin, col quale diede vita a una coppia leggendaria: il bellone e lo sfigato, il volto pulito e aitante contrapposto una maschera cubista, picassiana, aperta a tutte le smorfie umanamente riproducibili in natura da un volto umano. 

Jerry Lewis fu uno sperimentatore instancabile, non solo un semplice mattatore: adorato dai francesi e dai colti ambienti cinefili europei dei Cahiers du cinéma, oltre che dal pubblico, è stato un regista capace di elaborare sketch in apparenza caotici ma in realtà spiazzanti e sofisticatissimi: riguardare, per credere, Le folli notti del dr. Jekyll, enorme riflessione sulla mostruosità in forma, ancora una volta apparente, di commedia.

O Re per una notte di Martin Scorsese, che forse aveva capito Lewis come nessun altro, cucendogli addosso, in uno dei suoi fiaschi più colossali e incompresi della sua carriera, un personaggio che era la versione lugubre del comico e della sua icona. In un film capace di cogliere l’ambivalenza spaventosa del successo e dei quindici minuti di celebrità di warholiana memoria, con tanto di epitaffio funebre incorporato: «Meglio re per una notte, che buffone per sempre». Un mantra vero e proprio, senz’altro il velato e paradossale filo conduttore, mai del tutto esplicitato, di una strepitosa carriera, che ha incarnato alla perfezione il Novecento e le crepe dell’identità americana, divisa tra gioventù congenita ed eterna e bisogno di muoversi sempre e comunque a velocità massima.

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Di seguito una selezione di scene con protagonista il Picchiatello per eccellenza. 

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