Il regista del cortometraggio thriller-horror La rete, Alessio Liguori (29 anni, nella foto) ci parla del suo film, del cinema di genere, di quanto conta la gavetta nel suo mestiere e  ci svela cosa pensa del 3D e quanto contano secondo lui le nuove tecnologie. (Foto di Roberto Priori)

Guarda il corto La Rete

Best Movie: Parlaci del tuo corto, come lo racconteresti per invogliare i lettori ad 
andarlo a vedere?

Alessio Liguori: Il soggetto de La rete si ispira a fatti di cronaca nera realmente accaduti nei quali futili motivi hanno  armato la mano di insospettabili ai danni di poveri malcapitati. È un viaggio nella parte più oscura della nostra anima, nell’oblio che può albergare in ognuno di noi. 20 minuti carichi di tensione che vanno gustati con attenzione e sopratutto a luci spente e volume alto…


BM: Come scegli i soggetti dei tuoi corti?
Alessio Liguori: Devono essere storie che vale la pena di raccontare. Leggo le sceneggiature con uno sguardo da spettatore. Quando leggo una sceneggiatura deve appassionarmi, devo divorarla in poco tempo. Penso poi che il processo di scrittura non muoia sulla carta ma deve proseguire insieme agli attori che contribuiscono alla definizione e creazione dei personaggi. Ne La rete è stato molto importante il lavoro fatto in preproduzione insieme alle due protagoniste Michela Bruni e Marilyn Gallo.


La locandina del film

BM: La rete è un thriller con una svolta un po’ horror. Ti piace il cinema di 
genere? Perchè in Italia non si fa più secondo te?
Alessio Liguori: Sì mi piace molto. Penso che in Italia non si faccia per due ragioni. Una sono i costi di produzione, ma con una adeguata cultura tecnologica questo è un limite facilmente superabile. L’altra è che si ha paura di rischiare con il nuovo.

BM: La rete è stato proiettato su grande schermo giusto? Che emozione hai 
provato a vederlo col buio della sala?
Alessio Liguori: Sì La rete è stato proiettato su grande schermo al Cinema Aquila di Roma. L’emozione è stata molto grande. La proiezione è stata stupefacente ed avvolgente grazie al processo tecnologico utilizzato. Il corto è stato proiettato in 2k cinemascope con un proiettore digitale Christie. La qualità era stupefacente.  Le immagini su grande schermo in 2k acquistavano pastosità e dettaglio,  valorizzando l’ottimo lavoro svolto sulla fotografia da Giuliano Tomassacci, amplificando, in combinazione con il profondo sonoro in 6.1,  un forte impatto emotivo sullo spettatore, restituendo quell’atmosfera di attesa e tensione tanto ricercata.

BM: Con quali attrezzature avete girato La rete?
Alessio Liguori: Abbiamo girato con un camcorder Sony XDCAM EX modello PMW-EX1 in full hd, equipaggiato con un adattatore per ottiche fotografiche prodotto dalla REDROCKMICRO, modello M2 ENCORE, ottiche fotografiche Nikon e Canon.

BM: Quante persone ci hanno lavorato?
Alessio Liguori: All’incirca 35 persone tra cast e troupe.

BM: Qual è stato il budget?
Alessio Liguori: Circa 2000 euro.

BM: Li hai auto-finanziati?
Alessio Liguori: Il budget è stato interamente finanziato da me e da un altro produttore di nome Danilo Ronzi.

BM: Quanto sono durate le riprese?
Alessio Liguori: Le riprese sono durate quattro giorni.

BM: Qualche aneddoto legato alla realizzazione del film?
Alessio Liguori: Un aneddoto interessante è sicuramente legato al mio rapporto con il compositore. Non ci siamo mai incontrati di persona. Il direttore della fotografia del corto mi segnalò Sebastien Damiani, compositore francese, per la lavorazione musicale de La rete. Ne rimasi piacevolmente colpito. Gli inviai una sequenza e lui ne compose la musica. La sequenza era quella dell’omicidio e lui riuscì a rendere musicalmente il dolore e la sofferenza della vittima. Ascoltandola in cuffia, la composizione musicale mi suggestionò molto, sembrava di sentire il lamento di un’anima che si staccava dal corpo morente. La scelta di unire un’orchestrazione strumentale classica a effetti sonori elettronici fu  vincente. Mi colpì la sua sensibilità. Credo nel lavoro di squadra ed amo circondarmi non di marionette ma di autori che sappiano aggiungere elementi importanti, emotivi e significativi alla storia. Sebastien, così come Michela, Marilyn, Massimo, Daniele, Francesca (gli attori protagonisti) così come Giuliano ( il direttore della fotografia ), Emiliano (aiuto regia), Jacopo e Claudio ( audio), Simona (trucco) ecc, aveva queste qualità e decisi di collaborare con lui. Abbiamo lavorato a distanza e non ci siamo mai visti. La proiezione però si apre con un divertente scketch interpretato dallo stesso Sebastien che si fa aiutare dai figli per la composizione delle musiche de La rete.


Da sinistra Danila Di Lanna, Michela Bruni e Marylin Gallo

BM: Hai avuto riscontri interessanti? Ti ha portato qualcosa?
Alessio Liguori: Sì. Il primo riscontro importante è stata l’ennesima conferma dell’alta professionalità dimostrata sul set da alcuni collaboratori di vecchia data. La passione e l’impegno hanno finora pagato. La rete è stato trasmesso su Coming Soon, diverse tv regionali e locali, recensito su diverse riveste nazionali e menzionato su riveste estere (Francia e Belgio). E’ in concorso al Tohorror Film Fest,  è stato in concorso al Rossellini Fiction Fest nell’ambito del Rossellini Foundation. Infine è  da poco su IMDB. Ed oggi la Vostra prestigiosa rivista. Una soddisfazione molto grande è stato il riscontro positivo riscontrato tra addetti al settore e non, da persone che non avevo mai incontrato in precedenza ma che avevano visionato La rete. Ogni incontro è stato un importante momento di confronto, utile a trovare conferme ed aspetti da migliore.

BM: Tu hai studiato al DAMS di Roma e, dal tuo cv vedo che lavori principalmente 
in campo pubblicitario, realizzi  campagne istituzionali e hai 
girato anche videoclip?
Alessio Liguori: Sì, ho diretto campagne pubblicitarie come Every One- Save the Children, con Flavio Insinna, Fabrizio Frizzi, Giobbe Covatta, Nicolas Vaporidis e Cristiane Filangeri, in onda su canali Rai e proiettato al cinema. Poi ECOmmedia con Giobbe Covatta, campagna per il risparmio energetico commissionata dalla Regione Lazio proiettata al cinema. Campagne come Succo d’arancia Rosaria in onda in Rai e Sky. Ho girato videoclip ed una sitcom (10 piloti) con Maurizio Martufello e Gigi Miseferi.

BM: Che percorso hai fatto dopo e durante gli studi?
Alessio Liguori: Gavetta, gavetta e gavetta. L’esperienza sul campo è a mio avviso la migliore. Ma spesso non basta. Io ho avuto la fortuna di iniziare a lavorare prima di frequentare l’Università, ciò mi ha consentito di assimilare con maggiore voracità e curiosità l’offerta formativa che la facoltà proponeva. Ho avuto la fortuna di avere insegnanti disponibili, presenti e motivati da una profonda passione per il proprio lavoro. Ho lavorato per anni come operatore video e ciò mi ha consentito di essere un costante osservatore e ho cercato sempre di assorbire come una spugna. Inoltre la professione e le esperienze hanno forgiato il mio carattere quanto l’Università mi ha arricchito culturalmente.

BM: Questa degli spot  è una strada per arrivare al cinema e alla tv?
Alessio Liguori: Non saprei dirlo. Sicuramente è una strada complessa che ti forgia professionalmente e ti concede alta visibilità al cinema e alla tv. Ma è importante sapere che lavorare in pubblicità richiede preparazione, professionalità e profonda conoscenza del mestiere. Sicuramente non c’è spazio all’improvvisazione o a particolari egocentrismi.

BM: Nel tuo curriculm ci sono esperienze anche come operatore, direttore della 
fotografia, sceneggiatore, produttore, montatore… Potresti fare un film da 
solo praticamente! J Quanto conta avere una professionalità a tutto tondo?
Alessio Liguori: Assolutamente non potrei fare un film da solo, e chi crede di poterlo fare sbaglia profondamente. Conta tantissimo. Per essere un buon regista, a mio avviso, è importantissimo conoscere, non solo in superficie, le dinamiche e le problematicità dei mestieri del cinema. Un regista lavora con diverse figure professionali ed una consapevolezza del funzionamento di determinati meccanismi aiuta sicuramente il lavoro di squadra. Ciò aiuta a prevenire richieste irrealizzabili, a trovare subito soluzioni alternative, con i capi reparto,  in casi di emergenza, a creare le migliori condizioni  di lavoro per troupe e cast, conoscendo le loro esigenze professionali, a saper spiegare e difendere determinate richieste necessarie fatte alla produzione, ecc. Amo l’arte cinematografica, e questa profonda passione mi ha portato ad avvicinarmi a tutti i pianeti e satelliti di questa straordinaria galassia. Ma poi è fondamentale il lavoro di squadra e avere l’umiltà di dedicarsi al lavoro a cui si è più portati. Io ripeto sempre che siamo tutti al servizio della storia da raccontare.

Michela Bruni durante le riprese

BM: Tu hai tenuto varie lezioni e scritto testi sul cinema digitale e le nuove 
tecnologie. Quanto incidono questi aspetti su un film secondo te?
Alessio Liguori: Dipende dai punti di vista. Il discorso è molto complesso. La tecnologia oggi ha raggiunto livelli qualitativi alti a basso costo impensabili fino a ieri. Ma non dimentichiamo che dietro le macchine ci sono sempre gli uomini. Puoi utilizzare la macchina con le migliori prestazioni, ma se non la sai usare correttamente il risultato sarà scadente e questo oggi con il digitale è ancor più vero. Oggi il digitale abbatte notevolmente i costi conservando un livello estetico qualitativo eccezionale (basti pensare alle varie produzioni holliwoodiane con la Red One), ma è importante sapere anche come cambia il processo di lavorazione di un opera filmica. È fondamentale ogni singolo aspetto di tutto il workflow.  L’uso del digitale (corretto uso sottolineerei) e degli effetti visivi, oggi consentirebbe in un paese come l’Italia, di avvicinarsi alla produzione di film inscrivibili in generi cinematografici  inesplorati. Dunque il problema oggi non è tecnologico ma culturale. Il mezzo c’è. Bisogna saperlo usare e volerlo usare.

BM: La maggiore accessibilità al mondo cinematografico (il proliferare di corti, 
cortissimi, film per youtube ecc ) è solo un vantaggio per il cinema e per 
chi aspira a farlo o rischia di svilire la settima arte e di creare 
confusione?
Alessio Liguori: La libertà di espressione non è mai un male. Penso che i nuovi media possono essere e spesso sono, un fantastico cantiere di idee ed esperimenti. La rete è un mare. Bisogna saper pescare e per fortuna ci sono opere indipendenti ed esperimenti molto interessanti. Le società produzione italiane dovrebbero saper pescare in questo mare per rinnovarsi e per rinfrescare un’offerta onestamente monolitica. Oggi in Italia manca un lavoro di scouting, che aiuterebbe a far emergere realtà interessanti, a metterle in contatto, a trasformarle in offerta per il pubblico. La qualità migliorerebbe, i costi si abbatterebbero e ci sarebbe maggiore offerta. Ne gioveremmo tutti.

BM: Cosa pensi della rivoluzione 3D? Ti schieri con registi come Cameron e 
produttori come Katzenberg che lo sostengono e lo considerano il futuro del 
cinema o con chi come Christopher Nolan non se lo fila per niente e continua 
a conquistare il pubblico senza la terza dimensione (vedi Inception…)? E c’è addirittura chi la detesta, come il critico Rogert Ebert
Alessio Liguori: Intanto c’è da sottolineare che in realtà è una rivoluzione a metà, essendo stato il 3D ripescato dai fasti della storia del cinema. Penso che la verità sia nel mezzo. Il 3D è uno strumento che va piegato, come tutti gli strumenti, alle esigenze narrative. Aggiunge qualcosa alla narrazione? La valorizza emotivamente? É necessario? Queste sono le domande che dovrebbe porsi un regista prima di fare una qualunque scelta tecnologica. Cameron in Avatar ci porta su Pandora, un pianeta inventato e fantastico, e per come è stato concepito, e per le scelte narrative ed estetiche,  la scelta del 3D ( e l’uso equilibrato che ne è stato fatto) è stata giusta  e valorizzante. Nolan non ne sente l’esigenza e certo non si può dire che i suoi film non siano capolavori e dal forte impatto emotivo. Poi attenzione. È importante anche il tipo di 3D utilizzato. Le procedure sono diverse e dunque diversi i risultati. Spesso la scelta di una procedura può diventare squalificante in un film che invece poteva convivere con il 3D. L’importante è porre sempre la tecnologia al servizio del racconto. Usare la tecnologia gratuitamente solo per mostrare i “muscoli” è inutile e spesso dannoso. E’  sbagliato detestare a priori una tecnologia. Dipende sempre dall’uso che se ne fa. Posso acquistare un’auto per andarci al lavoro tutte le mattine o per fare danni intorno a me. Il danno lo fa l’autista non la macchina. Dalle mie esperienze da spettatore posso dire che la nausea e il mal di testa dipende molto dal tipo di impianto. La speculazione sui proiettori digitali non è a mio avviso una aspetto negativo. Il 3D ha accelerato il processo di digitalizzazione delle proiezioni cinematografiche. Senza tale processo, proiezioni come La rete non sarebbero state possibili. Per non parlare dell’abbattimento dei costi e della logistica nella distribuzione dei film. Nella mia esperienza in pubblicità portare un’opera al cinema significava ( e significa) vidigrafare su pellicola il master digitale. Ciò significa rivolgersi ai laboratori con conseguente limitazione creativa  ( per via del rapporto costi/ore) legata all’innalzamento mostruoso dei costi ( ciò significa limitare gli interventi di color correction e gli effetti visivi). Per non parlare delle copie e della loro distribuzione. Con un file digitale viene rivoluzionato tutto il processo dalla creazione alla distribuzione. Mi sembra poi un po’ ingenuo e forzato, come dice Roger Ebert, pensare ad un film drammatico in 3D. Ma il fatto che il 3D non sia adatto a questo genere filmico, non vuol dire che non sia utilizzabile per altri. Dice il vero nell’affermare che quando hollywood si sente minacciata ricorre a questi strumenti.

BM: Cosa pensi del proliferare di festival per corti in Italia? Sono utili?
Alessio Liguori: Assolutamente sì. É importante però che i festival siano un veicolo di un cinema indipendente innovativo e sperimentale. Non limitati solo ad alcuni ristretti generi cinematografici e dovrebbero essere il trampolino commerciale dal quale attingere. Dovrebbero  aprirsi ad un dibattito dal sapore  internazionale legato all’industria e alle innovazioni d’oltreoceano. Non dovrebbe essere la vetrina di un cinema autoreferenziale ed elitario. Il cinema deve tornare anche ad essere un ‘industria ed in questo i festival potrebbero aiutare molto. Dovrebbero rompere le barriere innalzate dal mercato  cinematografico italiano, essere fermento e baluardo del nuovo  ben concepito. Dopotutto l’Italia non è stata patria del nuovo ( in arte, scienza, diritto ecc) nei secoli?

BM: Quali sono i tuoi registi e autori di riferimento?
Alessio Liguori: Cerco a fatica  di trovare la mia strada. Di scavare dentro di me e di costruire un mio percorso. Amo il cinema americano di Shyamalan, Proyas, Eastwood, Nolan, Burton, Spielberg. In Italia seguo con interesse Salvatores, Sorrentino, Ozpeteck. Amo il loro cinema ma sarebbe assolutamente sbagliato ispirarsi a loro. Sono dei mostri sacri e la loro particolarità, come tutti i veri autori, è di essere unici  ed irripetibili. Un regista deve trovare un proprio percorso anche a costo di sbagliare o di scoprire  il vuoto dentro di sè. Una mediocre verità vince sempre su di una splendida menzogna, il falso, l’imitazione vuota.

BM: I tuoi film preferiti?
Alessio Liguori: Dark City, Mystic River, Signs, The Dark Night ecc…

BM: Come vedi il cinema italiano in questo momento?
Alessio Liguori: In crisi permanente. Ci sono prodotti di straordinaria qualità. Ma quanti generi cinematografici di produzione italiana possiamo dire di aver visto negli ultimi anni? È un mercato “bicolore”. Io vorrei un bellissimo variopinto “arcobaleno”

BM: Stai girando qualcosa? Qualche anticipazione esclusiva per i lettori di Best 
Movie?
Alessio Liguori: Sto lavorando al mio primo lungometraggio. Dopo undici anni di lavoro vorrei realizzare il mio sogno più profondo. Ho conosciuto un bravissimo sceneggiatore, Daniele Cosci, che ha appena terminato la prima stesura. È un bellissimo ed ambizioso film. É un thriller con un tema di fondo che mi sta molto a cuore. Sarà una strada lunga e tortuosa, ma la perseveranza non ci manca affatto.

BM: Che progetti hai per il futuro?
Alessio Liguori: Il primo e più importante è il film. Poi spero ne seguano altri. Le idee e la volontà ci sono in abbondanza.  Vorrei allargare gli orizzonti lavorativi e cercare nel mio piccolo di contribuire a diffondere il più possibile la cultura della collaborazione, dello scambio di informazioni, del lavoro di squadra, dove il cinema italiano diventa una grande squadra di giovani che gioca unito per far vincere il paese, in patria e all’estero. L’unione fa la forza.

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