«L’arte e la creatività sono in pericolo»: David Frankel ci racconta Il diavolo veste Prada 2
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«L’arte e la creatività sono in pericolo»: David Frankel ci racconta Il diavolo veste Prada 2

Si riaprono le porte della redazione di Runway: tra nuove sfide, un'industria in crisi e il ritorno di personaggi iconici, ecco cosa ci ha svelato il regista del sequel da oggi in sala

«L’arte e la creatività sono in pericolo»: David Frankel ci racconta Il diavolo veste Prada 2

Si riaprono le porte della redazione di Runway: tra nuove sfide, un'industria in crisi e il ritorno di personaggi iconici, ecco cosa ci ha svelato il regista del sequel da oggi in sala

Collage David Frankel scena da Il Diavolo veste Prada 2

A quasi vent’anni dal successo che ha segnato un’intera generazione, Il diavolo veste Prada torna con un sequel che riunisce il cast originale – Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci – insieme al regista David Frankel e alla sceneggiatrice Aline Brosh McKenna. Il diavolo veste Prada 2 non si limita però a riproporre un immaginario iconico, ma si confronta apertamente con un presente radicalmente cambiato. Durante la roundtable internazionale a cui abbiamo partecipato, è proprio Frankel a delineare con chiarezza i temi e le intenzioni del film.

È indubbio che, dal 2006 ad oggi, l’industria editoriale sia profondamente mutata, e questo cambiamento è diventato anche uno dei fulcri narrativi del sequel: «Questo mondo è cambiato in modo radicale. La stampa è in declino, il digitale ha preso il sopravvento – ci ha raccontato il regista -. Noi esploriamo cosa si perde in questa transizione e cosa i personaggi devono difendere per conservarlo. Miranda non sta solo lottando per il suo lavoro, ma per preservare una forma di creatività umana nel suo mestiere. E tutto questo oggi è in pericolo anche per l’arrivo dell’intelligenza artificiale, che attraversa l’intero film come tema».

Nonostante questi elementi, il film mantiene una dimensione legata al piacere della visione, che Frankel considera fondamentale: «Una delle cose che associo al primo film è la sensazione di gioia. È un film che si rivede volentieri, che si cita, ma soprattutto ti fa stare bene. Il mio obiettivo era realizzare un altro film che ti faccia sentire bene quando esci dal cinema. Anche sul set è stata un’esperienza gioiosa per tutti: tornare in questi personaggi, vivere questo mondo, indossare questi abiti incredibili, recitare dialoghi brillanti. In fondo, è stato divertimento, semplicemente».

Il lungo intervallo tra i due film è legato a una difficoltà narrativa precisa: «Ci sono voluti vent’anni perché non riuscivamo a immaginare come riportare Andy e Miranda nello stesso ufficio. Solo qualche anno fa abbiamo avuto l’intuizione: forse Andy potrebbe essere in difficoltà, i giornali stanno scomparendo, e potrebbe esserci un modo per farla tornare a lavorare con Miranda. E allo stesso tempo Miranda potrebbe aver bisogno di lei, potrebbe essere in pericolo, persino rischiare di essere cancellata. Questa idea ha richiesto tempo per maturare. Personalmente, preferisco il mondo di prima, quando i budget erano alti, il pubblico era numeroso e le riviste arrivavano a mille pagine».

Sul ritorno di Miranda Priestly e il lavoro con Meryl Streep, Frankel racconta con ironia il primo scambio: «La durata della conversazione è stata: “Per favore”. Una sola parola». Poi aggiunge cosa ha davvero convinto l’attrice: «Era molto attratta dai temi del film, dall’idea che l’arte e la creatività umana siano in pericolo, che la tecnologia stia minacciando Hollywood, il giornalismo e la moda. E poi dal fatto che Miranda sia una donna sui settant’anni che si interroga sulla propria eredità, su quando sia il momento giusto per farsi da parte. Sono questi gli aspetti che abbiamo esplorato di più».

Parlando della colonna sonora, il regista individua subito i criteri che hanno guidato le scelte musicali: «Energia, gioia, originalità: questi sono stati i criteri guida. Ci sono soprattutto voci femminili, perché amo molto queste artiste. Abbiamo inserito anche nomi nuovi, volevamo innovare un po’. Ovviamente ci sono figure più note, come Lady Gaga e Dua Lipa, ma anche Olivia Dean, Sienna Sparrow, Izzy Escobar, persone che il pubblico magari non ha ancora sentito nominare. E poi abbiamo avuto questa incredibile collaborazione tra Gaga e Doechii, che è davvero una canzone simbolo del film. In fondo, ciò che cerchiamo è la mia idea di sensualità».

Il sequel sposta anche il raggio dell’azione oltre New York, in particolare verso un’altra capitale della moda, Milano, dove sono state girate alcune sequenze in occasione della scorsa Fashion Week. Per quanto riguarda l’importanza del fashion hub milanese all’interno del racconto, Frankel sottolinea il valore aggiunto apportato all’identità visiva e narrativa del film: «Milano aggiunge moltissima autenticità. È davvero il centro dell’industria della moda. È un luogo fondamentale per le sfilate, per le modelle e per i designer. Siamo stati fortunati a girare alla fine della Fashion Week lo scorso autunno: eravamo alla sfilata di Dolce & Gabbana, a quella di Brunello Cucinelli, ed è stato entusiasmante. Abbiamo anche creato una nostra sfilata con Lady Gaga all’Accademia di Brera. Milano è una città splendida, con una grande storia e un patrimonio artistico incredibile, ed è anche molto glamour. Tutto questo era importante per il film».

Alla domanda sul messaggio del film, il regista preferisce lasciare spazio all’esperienza dello spettatore: «Non abbiamo mai detto: ecco il nostro messaggio. Il mio obiettivo è che il pubblico provi qualcosa, che rifletta, che i personaggi pongano delle domande. Parliamo di temi molto seri, ma il film è anche divertente e gioioso, con una moda spettacolare e una musica straordinaria. Voglio che le persone si divertano, ma anche che pensino un po’ e che sentano molto».

La componente satirica, già presente nel primo capitolo, torna aggiornata al presente: «Il primo film era una satira di quel mondo in quel momento, una fotografia. Questa volta era importante essere il più rilevanti possibile, prendere in giro alcune tendenze culturali, inclusa l’intelligenza artificiale, ma anche con la consapevolezza che alcune di queste cose possono distruggerci dall’interno».

Sul successo duraturo del primo film, Frankel ammette di non avere una risposta definitiva: «Vorrei davvero saperlo. A Hollywood diciamo che nessuno sa niente, e io sono l’ultimo a saperlo. Ma tutto parte da una grande sceneggiatura, dalla curiosità di guardare dietro le quinte di questo mondo e dalle interpretazioni iconiche. Ci sono molti livelli nei rapporti tra i personaggi e i temi sono universali: il primo film parlava di ambizione e dei limiti che siamo disposti a superare, il secondo parla di sopravvivenza, dei sacrifici e dei compromessi nelle relazioni e nel lavoro, e di quando sia il momento giusto per restare o andarsene».

Il sequel è stato pensato anche per un nuovo pubblico: «Volevamo realizzare un film che potesse stare in piedi da solo, che non richiedesse di aver visto il primo. Una storia autonoma in cui i personaggi si rivelano completamente. Allo stesso tempo, guardando i due film insieme, si percepisce una continuità, una crescita. Ma emotivamente sono diversi: uno è più dal punto di vista di Andy, l’altro più da quello di Miranda».

Infine, sulla scelta di raccontare questa storia oggi, Frankel individua una tensione narrativa precisa: «È sempre più interessante raccontare personaggi sull’orlo di qualcosa, quando c’è un pericolo. Oggi il pericolo è quello dell’obsolescenza, della fine del giornalismo cartaceo. È un tema che mi tocca personalmente, perché sono cresciuto in una famiglia di giornalisti e ho la sensazione di vedere quel mondo scomparire lentamente. Ma proprio per questo è interessante raccontare personaggi che lottano per sopravvivere».

Se il primo film è stato, come lo definisce Frankel, «un fulmine a ciel sereno», qualcosa di unico, il nuovo capitolo prova a ritrovare quella stessa forza: «Non so spiegare perché quel film continui a risuonare oggi. È stato qualcosa di irripetibile. Ma mi piace pensare che anche il sequel possa avere lo stesso effetto».

Il Diavolo veste Prada 2 è ora nelle sale italiane.

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Foto: Karwai Tang/WireImage

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