Lei mi parla ancora
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Per 65 anni Nino (Renato Pozzetto) ha amato la sua Rina (Stefania Sandrelli), e non può smettere nemmeno adesso che lei se ne è andata: perché Rina gli parla ancora, e lui continua a parlare con lei, a porte chiuse, per non farsi sentire dai domestici e dai figli. Sarà proprio sua figlia, Elisabetta (Chiara Caselli) ad inventarsi un modo per permettere al padre di parlare ancora “della Rina”, commissionando una raccolta di memorie ad un ghostwriter non altrettanto bravo a far pubblicare il suo pensiero originale, Amicangelo (Fabrizio Gifuni).

Lei mi parla ancora non è tanto un film sulla nostalgia, quanto un film sull’esercizio della nostalgia. In questo iato cruciale, solo in apparenza un sofisma di poco conto e in realtà un ponte tra presente e passato, c’è forse il più decisivo salto di qualità rispetto alla media della filmografia avatiana recente che in tanti hanno rintracciato. Perché in fondo ci vuole davvero poco, di questi tempi, a trasformare la nostalgia in un vessillo impolverato, anche per un esperto e anziano cineasta dalle spalle larghe, mentre Avati fa qualcosa di più e di diverso. 

Si mette accanto ai suoi personaggi, come il Moretti di Mia madre, non li ingolfa dei feticci delle sue memorie da ragazzo degli anni ’50, come nei suoi lungometraggi più evidentemente senili (anche se pure dal decadimento opaco di certi maestri c’è solo da imparare). Li lascia respirare e vivere accanto al suo sguardo, mai ingombrante e mai giudicante. Ne viene fuori un sussulto di cinema che ci parla ancora, uno slancio di vitalità: un film accorato e malinconico, ma mai pedante né sull’uno né sull’altro versante. L’ostentazione cinefila, anche quando imbevuta di morte come nella sequenza della proiezione all’aperto de Il settimo sigillo di Bergman, è placida e distesa. E in generale si guarda, come avrebbe detto Gadda, più alla «cognizione del dolore» che all’esposizione dei sentimenti, con una semplicità che tuttavia non rinuncia alla commozione. 

I protagonisti sono due coniugi che si sono creduti immortali in virtù del «gran bene che si sono sempre voluti» e sembra quasi di tornare, poco più di un anno dopo, al monito semplice semplice eppure eloquente de Gli anni più belli di Muccino, dove si brindava «alle cose che ci fanno stare bene». Anche quello era un film sul trascorrere del tempo e sul dialogo tra vecchie e nuove generazioni, ma Lei mi parla ancora lo è in modo più sottile, anche quando emotivamente prorompente, e sorprendentemente acuto. 

Nel dialogo faticoso, a tratti forzatamente interrotto, tra il personaggio di Pozzetto e quello di Gifuni si tocca con mano il lavorio costante di un confronto generazionale ed editoriale che abbandona la frattura della violenza a tutti i costi. Rinuncia agli strilli del presente per trovare il respiro tiepido e confortevole di una distensione, il passo calmo di un ascolto che interviene là dove prima c’era solo frenesia. Una visione utopica e sostenibile della scrittura, per la carta ancor prima che per il cinema. Con la memoria che non può che rimanere la pietra di paragone più ingombrante per ogni scrittore, artista o cineasta che traffichi con l’evocazione di immagini, ora nitide ora sbiadite, a seconda di quanti battiti il cuore perda o guadagni.

«Luomo mortale, non ha che questo dimmortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia», dice il Nino di Pozzetto, maschera impassibile di tenerezza svampita e solo in apparenza distillata con casualità, nella quale si intravede una recitazione minimale, ai limiti della rigidità, eppure di grande efficacia lirica e altrettanta dolcezza. Il lavoro sulla voce di “Renatone” ricorda incredibilmente quella del critico e intellettuale Goffredo Fofi, ma è un’asprezza costantemente incrinata verso l’innocenza dell’infanzia. 

Alla base del film c’è invece il romanzo Lei mi parla ancora – Memorie edite e inedite di un farmacista scritto nel 2014 a 93 anni da Giuseppe Sgarbi, papà di Elisabetta e Vittorio, che reca con sé la rima interna tra la vita di Nino e quella di Pozzetto, rimasto vedovo come il suo personaggio. Ma a svettare è soprattutto la ritrovata vena espressiva di un Avati che, dopo il più ambizioso ma a conti fatti malmostoso Il signor diavolo, torna davvero a pensare e girare “per immagini” dopo un po’ di tempo. Basta guardare alcuni singoli fotogrammi di Lei mi parla ancora, un po’ esoterici e un po’ agresti, ma con addosso il fuoco sacro, e l’odore di zolfo, della passione gotica di un tempo, trampolino ideale e non così paradossale per ogni vellutato amarcord.

Foto: Sky/Vision Distribution

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