Il multisala Barberini è stato il luogo prescelto non solo per presentare in anteprima assoluta il nuovo avvincente thriller psicologico Split, ma anche per approfondire il modo in cui scrive, realizza ed opera con macchina da presa un autore come M. Night Shyamalan. Protagonista di una masterclass volta a raccontare al pubblico presente il suo 12° film e i tratti distintivi del suo cinema, Shyamalan, introdotto ed intervistato dal critico Mario Sesti, ha interagito con studenti, sceneggiatori e studiosi di cinema mostrando tutto il suo carisma e rispondendo alle numerose domande in modo esaustivo, offrendo il suo personale punto di vista sulle sue scelte, non solo registiche…

«Quando ho scritto la parte del protagonista di Split, non sapevo a chi potesse essere destinata – spiega il regista, addentrandosi sul momento in cui si rese conto che James McAvoy poteva essere la scelta idonea – Sapevo bene che la ricerca dell’attore in grado di recitare in un ruolo simile sarebbe stata ardua, considerando sia l’aspetto fisico, sia lo humour necessario e la tecnica di cui una parte del genere aveva bisogno. Ma un giorno, al Comicon, mentre stavo promuovendo The Visit, mi imbattei in James e scambiando due chiacchiere, ci scoprimmo fan l’uno dell’altro. Poi, riflettendo sulla sua persona, mi resi conto di quanto potesse essere duttile ed adatto alla parte. Così, mandandogli la sceneggiatura, lui accettò… ed eccoci qua».

Shyamalan, nel corso della sua carriera, si è specializzato in film drammatico-psicologici, con particolare attenzione alla formula sci-fi thriller, opere in cui l’azione ruota intorno a personaggi che devono trovare la forza interiore di affrontare i loro problemi. «Siano i miei personaggi alieni, fantasmi o persone comuni, il tema portante è sempre la fede da riporre in ciò che si crede reale», fede che apre appunto un acceso dibattito, che si delinea sotto forma di dissidio interiore vissuto dai protagonisti, persone ordinarie che entrano in contatto con situazioni straordinarie in quanto il soprannaturale vira di prepotenza verso la loro quotidianità, stravolgendola.

E se il dramma è l’ambito preferito dall’autore de Il sesto senso, altra presenza costante nei suoi film è l’umorismo dark. «Adoro inserirne tracce nei miei lavori, lo utilizzo per permettere allo spettatore di venire catturato dalla storia  che sto narrando. Credo che bisogna adottare uno stile appropriato per l’epoca in cui si propone il proprio prodotto, e lo stile che ho deciso di adoperare nei miei lungometraggi è proprio la commistione di tragicità e dark humour. Uno dei più recenti e allo stesso tempo più riusciti esempi di humour nero è Deadpool. Se invece prendiamo in considerazione Unbreakable – Il predestinato (film da tener ben presente quando si andrà al cinema a vedere Split!), lì possiamo ravvisare tracce di dark humour funzionante nella scena in cui il figlio di David (Bruce Willis), per dimostrare che suo padre è un superuomo indistruttibile, prende la sua pistola e gliela punta contro. E, se la tragicità di quel momento vuole che la tensione sia tutta rivolta verso il fatto che il bambino possa premere il grilletto ed uccidere il genitore, immediatamente si strappa una risata quando David inizia a dire che, se dovesse sparare, è vero che lui non morirà, ma il figlio si ritroverà in guai seri, avendo fatto arrabbiare il padre!»

«Facendo ridere lo spettatore durante una scena si compie il primo passo per farlo uscire dalla sua “comfort zone”. Una volta distratto attraverso il dark humour, lo spettatore può essere facilmente diretto verso un profondo e sconcertante sentimento di paura, misto a pressante tensioneEcco perché cerco di far ridere nei miei film».

Mario Sesti riporta alla luce un estratto da un’intervista in cui, alla domanda riguardo cosa faccia quando non impegnato nelle riprese, con onesta e semplicità Shyamalan risponde di non saper chi potesse essere quella persona “non sul set”, perché lui si identifica sempre e completamente con la sua passione per il cinema, non riuscendo a pensare che volto attribuire alla propria vita, se non uno intimamente legato al mondo della Settima Arte. «Quando presi la decisione di fare il regista, e quindi di dedicarmi a degli studi universitari in tal senso, andai da mio padre a comunicarglieloDovete sapere che in India, Paese da cui provengo, o si diventa dottori o ingegneri. Così, quando dissi ai miei genitori le mie intenzioni, fu una sorta di trauma, nel vero senso della parola. Ricordo ancora che mio padre si trovava seduto sulla sua poltrona, intento a guardare una partita di hockey, come suo solito. Io mi avvicinai e gli comunicai la mia decisione, avendo anche ricevuto una cospicua borsa di studio, ma come risultato lui neanche si voltò! Morale della favola? Credo fermamente che l’importante sia sempre essere se stessi, ascoltare la propria vocazione e la propria personalità, senza tentare di emulare quello che hanno fatto alcuni o quello che sono diventati altri, solo così la propria voce potrà essere ascoltata ed accolta».

E alla domanda riguardo quale sia il motivo che lo spinge a recitare nei suoi stessi film, ricoprendo parti più o meno marginali, Shyamalan non si tira indietro soffermandosi sul fatto che «è un piacere  “entrare dentro” al film; innanzitutto adoro ricoprire più ruoli, dallo sceneggiatore, al regista, passando per il reparto produttivo, ma se recito, preferisco interpretare personaggi di contorno, così da non distrarre eccessivamente lo spettatore, che può riconoscermi e commentare col vicino la mia apparizione!»

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