A undici anni dal suo finale, Mad Men continua a occupare un posto difficilmente raggiungibile nella storia della televisione. La serie creata da Matthew Weiner, andata in onda per sette stagioni e 92 episodi, non è soltanto uno dei simboli della cosiddetta età dell’oro della serialità americana: è anche una di quelle opere che, con il passare del tempo, sembrano diventare ancora più solide e stratificate.
Arrivata in un momento cruciale per la TV prestige, proprio negli anni in cui I Soprano salutavano il pubblico e Breaking Bad si preparava a ridefinire un’altra idea di antieroe televisivo, Mad Men scelse una strada molto diversa, abbandonando criminalità organizzata, traffici di droga e grandi esplosioni narrative. Al centro, in questo caso, c’erano uffici, riunioni, campagne pubblicitarie, matrimoni che si sfaldano, promozioni, tradimenti e silenzi. Eppure, da questa materia apparentemente ordinaria, la serie riuscì a costruire uno dei racconti più potenti mai visti sul piccolo schermo.
Il cuore della storia è il mondo della pubblicità newyorkese degli anni Sessanta, incarnato dall’agenzia Sterling Cooper e dalla figura magnetica di Don Draper, interpretato da un Jon Hamm in stato di grazia. Don è elegante, brillante, carismatico, capace di vendere sogni a un’intera nazione. Dietro l’immagine perfetta dell’uomo di successo si nasconde però un’identità costruita sulla menzogna, un passato rimosso e una fragilità che la serie lascia emergere poco alla volta, senza mai ridurlo a una spiegazione semplice.
Proprio grazie a questa complessità percepiamo Mad Men ancora oggi così moderno. Don Draper non è un antieroe nel senso più immediato e spettacolare del termine, è qualcosa di più sottile e, forse, più inquietante: un uomo che ha trasformato la propria vita in una campagna pubblicitaria, vendendo agli altri e a se stesso un’immagine di stabilità, successo e controllo. Ma più prova a mantenere intatta quella costruzione, più le crepe diventano evidenti.
La grandezza della serie sta anche nel modo in cui osserva l’America degli anni Sessanta. A un primo sguardo, Mad Men può sembrare una ricostruzione affascinante e nostalgica di un’epoca: abiti impeccabili, uffici eleganti, bicchieri sempre pieni, sigarette accese in ogni stanza, automobili lucide e promesse di benessere. Ma la superficie patinata è soltanto il primo strato. Sotto quella bellezza formale, Weiner e i suoi sceneggiatori mostrano un Paese attraversato da sessismo, razzismo, classismo, frustrazione e ipocrisie sociali.
Il punto più interessante è che Mad Men è che non ha mai bisogno di forzare il discorso: lascia che siano i gesti, le dinamiche di potere e le conversazioni apparentemente casuali a raccontare un mondo in cui il sogno americano viene continuamente impacchettato, venduto e ripetuto, mentre le vite di chi lo produce restano spesso vuote, infelici o profondamente irrisolte.
In questo senso, la pubblicità diventa molto più di un’ambientazione. È la chiave stessa della serie. I personaggi di Mad Men lavorano per convincere le persone a desiderare qualcosa, ma sono loro i primi a essere prigionieri del desiderio: desiderio di essere visti, riconosciuti, amati, promossi, perdonati. Ogni campagna pubblicitaria diventa così lo specchio di una mancanza. Ogni slogan nasconde una paura. Ogni prodotto promette una felicità che nessuno dei personaggi sembra davvero in grado di raggiungere.
Accanto a Don, la serie costruisce una galleria di personaggi straordinari. Peggy Olson, interpretata da Elisabeth Moss, è uno dei percorsi di crescita più belli e dolorosi della serialità contemporanea. Entra alla Sterling Cooper come segretaria timida, sottovalutata e osservata attraverso lo sguardo degli uomini che dominano quell’ambiente. Ma episodio dopo episodio conquista spazio, potere e consapevolezza, fino a diventare una figura creativa autonoma, ambiziosa e impossibile da ignorare.
Il rapporto tra Peggy e Don è uno degli assi emotivi più forti della serie. Non è una relazione sentimentale, non è un semplice rapporto professionale, non è neppure una dinamica padre-figlia nel senso più tradizionale. È un legame complesso, fatto di ammirazione, durezza, dipendenza, competizione e riconoscimento reciproco. Don vede in Peggy un talento autentico, ma spesso non sa proteggerlo senza ferirlo. Peggy, a sua volta, impara da lui, ma deve anche liberarsi dalla sua ombra per diventare davvero se stessa.
Altrettanto fondamentali sono Joan Harris, Betty Draper, Roger Sterling e Pete Campbell. Ognuno di loro potrebbe reggere una serie a sé. Joan attraversa un mondo che la riduce continuamente al suo corpo, cercando di trasformare carisma, intelligenza e controllo in una forma di potere. Betty incarna il lato più soffocante della perfezione domestica, intrappolata in un ruolo che la rende infelice pur sembrando, dall’esterno, invidiabile. Roger nasconde dietro l’ironia e il privilegio una malinconia sempre più evidente. Pete, forse uno dei personaggi più sgradevoli e insieme più interessanti della serie, rappresenta l’ambizione nella sua forma più nervosa, fragile e disperata.
La forza di Mad Men è proprio questa: nessuno è mai ridotto a una funzione narrativa. Tutti sembrano avere una vita interiore che continua anche fuori campo. Le loro vittorie non sono mai completamente luminose, le sconfitte non sono mai soltanto definitive. Ogni personaggio cambia, ma raramente nel modo in cui il pubblico si aspetterebbe.
Mad Men non procede per colpi di scena continui, ma per accumulo, per variazioni minime, per dettagli che acquistano senso con il tempo. Una frase detta in una riunione, uno sguardo durante una cena, una porta chiusa, un ascensore, una telefonata: tutto può diventare rivelatore. La tensione non nasce dall’azione, ma dall’attesa che qualcosa, prima o poi, si incrini.
Come dicevamo, visivamente la serie resta una delle più eleganti mai realizzate. La cura per i costumi, gli ambienti, i colori e la composizione dell’inquadratura non è mai puro esercizio di stile. Ogni elemento contribuisce a costruire un mondo desiderabile e insieme claustrofobico. Gli uffici sono raffinati, ma spesso sembrano gabbie. Le case sono perfette, ma attraversate da una solitudine profonda. Le feste sono scintillanti, ma dietro ogni sorriso si avverte la possibilità del crollo.
Colpisce anche quanto Mad Men abbia influenzato il modo in cui guardiamo ai protagonisti televisivi. Molte serie successive hanno cercato di replicare la figura dell’uomo tormentato, carismatico e moralmente ambiguo, ma poche sono riuscite a raggiungere la stessa profondità. Don Draper non funziona perché è “misterioso” o affascinante: funziona perché la serie non smette mai di metterlo in discussione.
A undici anni dal finale, Mad Men non appare come un monumento polveroso della grande televisione passata, ma come una serie ancora viva, da riscoprire, da rivedere, da attraversare con occhi diversi. Dietro il racconto di un’agenzia pubblicitaria degli anni Sessanta c’è una riflessione molto più ampia sull’identità, sul desiderio, sul potere, sul fallimento e sulla distanza tra ciò che siamo e ciò che vorremmo far credere agli altri.
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