Si presenta con una giacca a quadrettoni viola che sfigurerebbe su chiunque altro, ma su di lui ha un effetto impeccabile: Martin Freeman, 42 anni, attraversa il successo con solidità e leggerezza. È ormai un veterano di fenomeni cult, ma sempre, squisitamente, british: dalla serie comedy The Office alla Guida galattica per autostoppisti, dalla “trilogia del Cornetto” di Edgar Wright (di cui abbiamo recentemente visto La fine del mondo) al John Watson contemporaneo di Sherlock.

Il passo successivo sarebbe quello di volare in America. Tu non hai questa tentazione?
«A essere sincero, no. Non mi interessa sfondare a Hollywood solo per il gusto di farlo. Quel che mi attrae sono le buone sceneggiature, poco importa la loro nazionalità».

È per questo che Peter Jackson dice che sei la persona più simile a un vero hobbit che esista? Perché sei pantofolaio?
«Non ne ho idea! Quando mi hanno proposto la parte di Bilbo, per quanto volessi farla, ho esitato, è vero: mi spaventava l’impegno per così tanto tempo, e anche la distanza… La Nuova Zelanda è dall’altra parte del mondo! Forse per questo Peter ha pensato che fossi come Bilbo, timoroso di partire all’avventura. Credo però che mi abbia scelto perché aveva bisogno di qualcuno che fosse, allo stesso tempo, vulnerabile e buffo».

Qual è il percorso di Bilbo in La desolazione di Smaug?
«In questo secondo film si conquista a tutti gli effetti un posto nella compagnia dei nani. Non è più una mascotte, ma salva loro la vita, più volte. Inoltre, è costretto a prendere decisioni che richiedono una certa violenza fisica. Non sarà mai un guerriero, ma impara a mostrare un discreto coraggio. Ci sono diversi incontri critici, come quello con i ragni, e poi con qualcosa che ora mi sfugge…».

Tipo un drago!
«Ah, già, ecco cos’era! L’indizio stava nel titolo!». (ride)

Tu ami molto anche il cinema indipendente.
«Oggi questa distinzione è molto netta: ci sono le grosse produzioni (spesso cinecomic, o sci-fi), e poi ci sono i film low budget. Ma quand’ero ragazzo c’erano semplicemente i film. Non ho deciso di fare l’attore per stare davanti a un green screen. Sono felice di aver fatto Lo Hobbit, lo rifarei altre dieci volte! Ma penso che sarebbe terribile se in futuro venissero realizzati solo grossi blockbuster».

Leggi l’intervista completa su Best Movie di novembre

Leggi la preview dell’approfondimento dedicato a Lo Hobbit: La desolazione di Smaug pubblicato su Best Movie di novembre

© RIPRODUZIONE RISERVATA