Se c’è una cosa che Simon Pegg ha imparato nel corso della sua carriera è l’importanza di stare comodi sul set. «Ovunque vada porto sempre con me Jeff, la mia sedia a sdraio reclinabile. L’ho chiamata così perché la prima me l’ha regalata Jeff Bridges, con cui ho lavorato in Star System – Se non ci sei non esisti. È perfetta per dormire tra un ciak e l’altro. Ne ho persino regalata una a Tom, il quale ha apprezzato molto». Tom, naturalmente, è Tom Cruise, con cui Pegg divide lo schermo per la terza volta in Mission: Impossible – Rogue Nation, che arriva nelle nostre sale il 19 agosto. Tra i più stimati attori e autori britannici della sua generazione, Simon Pegg è diventato una star internazionale nel 2004 con L’alba dei morti dementi, primo tassello della Trilogia del Cornetto (di cui fanno parte anche Hot Fuzz e La fine del mondo), ma nel Regno Unito era famoso già dal 1999 grazie alla sitcom cult Spaced, da lui creata e interpretata. Il prossimo passo? Star Trek 3, dove non solo tornerà a vestire i panni di Scotty, ma si occuperà anche della sceneggiatura.

Best Movie: Hai cominciato a interpretare la parte di Benji Dunn, l’insostituibile aiutante di Ethan Hunt, in Mission: Impossible III. Sono trascorsi quasi dieci anni.
Simon Pegg: «Da non crederci, vero? È bello per un attore poter sviluppare un personaggio per così tanto tempo. Di solito queste cose succedono solo in televisione. Benji è cambiato moltissimo rispetto al primo film ed è passato dal ruolo di genio nerd a quello di agente segreto. Ora ha più esperienza ed è più sicuro di sé. Mi piace poter raccontare la sua evoluzione, anche fisica: in Mission: Impossible III sembravo una patata, mentre ora sono decisamente più allenato».
BM: Al terzo film con Tom Cruise che percezione hai di lui?
SP: La gente pensa un sacco di cose folli su di lui che non sono affatto vere. Tom è un uomo normale, molto motivato, che vive una vita straordinaria. Penso che a volte i media e il pubblico lo maltrattino un po’. Credono di sapere tutto, ma non è così. Ci sono cose che non conosco nemmeno io, nonostante siamo amici. Quando siamo sul set scherziamo e chiacchieriamo, ma capita raramente di scambiarci confidenze private. È una vera star e non credo che ce ne siano altre al suo livello. Inoltre il fatto che non abbia mai dato spago al gossip ha in parte alimentato un’immagine quasi mistica. Penso che sia una persona incredibilmente interessante, generosa e divertente».
BM: Ti senti anche tu un uomo ordinario che vive una vita straordinaria?
SP:
«Credo di sì, anche se io e Tom veniamo da due mondi diversi. Io sono una sorta di intruso a Hollywood, mentre lui è sempre stato una star del cinema, sin da quando aveva diciotto anni. Forse è per questo motivo che ha una specie di aura magica. Per quel che riguarda me, penso che la gente mi veda come il ragazzo qualunque che è riuscito, non si sa come, a imbucarsi alla festa».
BM: Avresti mai immaginato che saresti arrivato a lavorare su due serie come Mission Impossible e Star Trek?
SP: «Mai e poi mai. C’è un episodio di Spaced in cui Tim, il mio personaggio appassionato di fantascienza, dice che tutti i film dispari di Star Trek fanno schifo. E sai una cosa divertente? Io sto scrivendo proprio il tredicesimo! Se avessi potuto prevederlo avrei detto che erano quelli pari a essere brutti».

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