NCIS, questo è il vero punto debole della serie che nessuno vuole ammettere
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NCIS, questo è il vero punto debole della serie che nessuno vuole ammettere

C’è un aspetto del procedural che continua a passare inosservato, ma che potrebbe compromettere tutto ciò che l’ha resa un successo per oltre vent’anni

NCIS, questo è il vero punto debole della serie che nessuno vuole ammettere

C’è un aspetto del procedural che continua a passare inosservato, ma che potrebbe compromettere tutto ciò che l’ha resa un successo per oltre vent’anni

Il cast di NCIS

NCIS è un pilastro della televisione americana: 22 stagioni, milioni di spettatori fedeli, una formula consolidata che combina azione, investigazione e una squadra affiatata. Eppure, c’è un aspetto che da tempo indebolisce il cuore narrativo della serie: i suoi antagonisti. Il vero problema non è la mancanza di casi o di colpi di scena, ma l’assenza di villain memorabili, coerenti e davvero minacciosi. Dopo vent’anni di successi, la serie rischia di adagiarsi su personaggi “cattivi” che non lasciano il segno.

Chi ha seguito NCIS fin dall’inizio ricorderà quanto Ari Haswari abbia segnato un punto di svolta nella storia del procedural CBS. Il suo assassinio a sangue freddo dell’agente Kate Todd non solo ha scosso il team, ma ha lasciato il pubblico senza parole. Ari era più di un nemico: era un’ombra, una minaccia persistente, uno specchio oscuro per Gibbs e Ziva. Era tutto ciò che oggi manca agli antagonisti della serie.

Negli ultimi anni, invece, NCIS ha introdotto nemici come Gabriel LaRoche e Carla Marino, promettenti sulla carta ma totalmente sottoutilizzati. LaRoche, investigatore del Dipartimento di Giustizia infiltrato all’interno della stessa agenzia, avrebbe potuto destabilizzare profondamente la squadra, diventare un nemico interno, ambiguo e carismatico. Ma il suo ruolo è rimasto abbozzato, privo della densità narrativa necessaria a renderlo incisivo. Marino, boss mafiosa legata al passato dell’agente Parker, si è rivelata un fuoco di paglia: introdotta come una minaccia inafferrabile, viene arrestata in una manciata di minuti, senza reale costruzione drammatica.

Un grande villain ha bisogno di tempo. Di episodi. Di interazioni significative con i protagonisti. Deve agire nell’ombra, mettere in discussione le certezze del team, fare leva sulle fragilità personali dei personaggi. Invece, ciò che NCIS ha offerto nelle stagioni più recenti sono figure introdotte tardi, gestite in modo episodico, spesso liquidate in modo sbrigativo. Il risultato? Il team risulta sempre vincente, ma senza che il pubblico percepisca davvero la posta in gioco.

La presenza di un nemico forte valorizza anche gli eroi: se McGee non riesce a smascherare davvero LaRoche, non per incapacità, ma per mancanza di scrittura, il personaggio stesso ne esce indebolito. Non è un caso che molti dei momenti più memorabili della serie coincidano con la presenza di un avversario all’altezza.

La stagione 23 potrebbe però cambiare le cose. Il finale della stagione 22 ha lasciato una ferita aperta: la morte del padre di Parker, apparentemente per mano di Marino. Il produttore Steven D. Binder ha promesso un Parker trasformato dal dolore, assetato di giustizia, pronto a tutto per scoprire la verità. È un’occasione rara, un arco narrativo che ha il potenziale per restituire alla serie un nemico degno di questo nome. Ma a patto che Marino (o chi per lei) non venga di nuovo relegata a qualche scena sporadica o a un arresto frettoloso.

Per NCIS, questa è l’occasione per tornare a far paura, per rendere il crimine non solo un enigma da risolvere ma una minaccia da affrontare fino in fondo. Perché dopo vent’anni, il pubblico vuole ancora emozionarsi. Ma ha bisogno di credere che qualcosa — o qualcuno — possa davvero mettere a rischio questa famiglia di agenti.

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Fonte: Collider

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