Prima che l’intelligenza artificiale diventasse uno dei grandi temi del dibattito contemporaneo, Vivarium aveva già immaginato un incubo fatto di automatismi, ripetizioni e vite prefabbricate. Uscito nel 2019 e diretto da Lorcan Finnegan, il film con Jesse Eisenberg e Imogen Poots non parla direttamente di AI nel senso più tecnologico del termine, ma oggi sembra anticiparne alcune delle paure più profonde: la perdita di controllo, l’omologazione e la sensazione di essere intrappolati dentro un sistema che ci osserva, ci guida e ci costringe a recitare un ruolo già scritto.
Al centro della storia ci sono Tom e Gemma, una giovane coppia alla ricerca della prima casa. Il loro percorso li porta a incontrare Martin, un inquietante agente immobiliare che li accompagna in un quartiere residenziale chiamato Yonder. Tutto, lì, appare perfetto: le case sono nuove, ordinate, identiche, immerse in un verde artificiale e disturbante. Ma quella promessa di normalità si trasforma presto in una trappola; quando Martin scompare, Tom e Gemma cercano di andarsene, scoprendo però che ogni strada li riporta sempre alla stessa abitazione, la numero 9.
Il punto di partenza di Vivarium è semplice, potrebbe quasi essere un episodio di Ai confini della realtà: una coppia entra in un quartiere apparentemente perfetto e non riesce più a uscirne. Ma la forza del film sta nel modo in cui questa premessa si trasforma in una riflessione soffocante sulla vita contemporanea. Yonder non è soltanto una periferia senza anima: è un sistema chiuso, un ambiente programmato, una realtà generata per imporre agli esseri umani un percorso prestabilito.
Riguardato oggi, alla luce delle discussioni sull’AI, il film diventa ancora più inquietante. Yonder funziona come una specie di algoritmo fisico: ripete lo stesso modello all’infinito, cancella le differenze, riduce la possibilità di scelta e costringe Tom e Gemma a vivere dentro una routine costruita da qualcun altro. Non importa quale strada prendano o quanto provino a ribellarsi: il sistema li riporta sempre al punto di partenza.
La situazione precipita quando davanti alla casa arriva una scatola con dentro un neonato e un messaggio terrificante: crescere il bambino per essere liberati. Da quel momento, la prigione di Yonder diventa anche una parodia crudele della famiglia tradizionale. Tom e Gemma vengono costretti a interpretare i ruoli di padre e madre, non per scelta o desiderio, ma perché il sistema lo pretende.
Il bambino cresce a una velocità innaturale, imita i comportamenti degli adulti, urla, pretende, osserva. È umano solo in apparenza, ma il suo modo di muoversi e parlare lo rende profondamente alieno. Non è un classico “bambino inquietante” da horror soprannaturale: sembra piuttosto il prodotto di un esperimento, una creatura programmata per replicare gesti, parole e dinamiche senza comprenderle davvero.
Ed è qui che il legame con le paure legate all’AI diventa ancora più forte. Il bambino di Vivarium non crea nulla di autentico, ma assorbe, riproduce, simula. Impara dagli esseri umani senza diventare davvero umano. Restituisce una versione deformata della vita familiare, come se stesse eseguendo un copione sulla base di istruzioni ricevute.
Uno degli aspetti più efficaci del film è la sua capacità di trasformare il quotidiano in una condanna. La casa, il giardino, il cibo consegnato in scatole anonime, le giornate che si ripetono senza cambiamenti: tutto contribuisce a costruire un senso di oppressione crescente. Vivarium non ha bisogno di inseguimenti o apparizioni improvvise, perché il suo orrore è molto più subdolo. È l’orrore di una vita ridotta a funzione.
Tom viene consumato dall’ossessione di scavare una buca nel giardino, convinto che lì possa nascondersi una via d’uscita. Gemma, invece, si ritrova a dover gestire il bambino e a resistere psicologicamente a una situazione sempre più insostenibile. Entrambi vengono progressivamente svuotati, come se Yonder non volesse soltanto imprigionarli, ma usarli fino all’esaurimento.
Quando è stato presentato nel 2019, Vivarium è stato letto soprattutto come una critica alla vita suburbana, alla famiglia nucleare e all’ideale della casa perfetta. E questa interpretazione resta centrale: Yonder è una versione da incubo del sogno borghese, un luogo in cui la promessa di stabilità si trasforma in prigionia. Ma oggi il film assume anche un’altra sfumatura, perché racconta un futuro dominato non da macchine assassine o robot ribelli, ma da sistemi ordinati, efficienti e disumanizzanti.
La sua estetica artificiale, con case tutte uguali, colori saturi e un cielo che sembra finto, contribuisce a creare un mondo quasi generato al computer. Non c’è calore, non c’è casualità, non c’è imperfezione. Tutto sembra progettato per simulare la vita senza contenerla davvero. A distanza di anni, Vivarium appare quindi ancora più perturbante: nel 2019 ci aveva già avvisati. Solo che lo aveva fatto trasformando la casa dei sogni in una gabbia perfetta.
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