Woody Allen non ama New York, la idolatra. È per lui sogno e realtà, un regno parallelo dove la città stessa diventa protagonista dei suoi racconti cinematografici. Non era facile tra le decine di film che il regista ha girato nella Grande Mela sceglierne uno: Manhattan, Hannah e le sue Sorelle, Radio Days, Crimini e Misfatti, Misterioso Omicidio a Manhattan (l’elenco è ancora lungo…). Ognuno propone una personale visione newyorkese che meriterebbe un approfondimento.

La scelta è ricaduta su Basta che Funzioni (Whatever Works) del 2009 perché questo film segna il ritorno a Manhattan del regista dopo circa cinque anni di esilio registico in Europa e propone una New York lontana dal lusso patinato dell’Uptown in favore delle case basse in pietra rossa del Village, di Soho, di Chinatown, dove il regista trasforma in arte scorci di quartiere, piccoli caffè, rosticcerie, insegne di negozi dipinte a mano e polli arrosto in vetrina. Una New York neorealistica,  narrata attraverso un soggetto che per varie vicissitudini era rimasto fermo nel cassetto per quasi trent’anni.

Al centro della storia c’è Boris Yellnikoff (uno straordinario Larry David), ex-fisico di fama mondiale, anziano, divorziato, scorbutico, misantropo e con un tentativo di suicidio alle spalle che vive in un dimesso (ma neanche tanto, a dire il vero) appartamento tra l’East Village e Chinatown. Boris un giorno incappa nella giovane Melody (Evan Rachel Wood), miss di una cittadina di provincia degli stati del sud in cerca di fortuna, ma che al momento dorme in strada. Tra i due, dopo le naturali schermaglie, nasce una relazione che arriverà sino al matrimonio. Tutto bene? Neanche per idea. In casa di Boris irrompe Marietta, la madre di Melody che per la figlia ha progetti diversi…

Basta che Funzioni rappresenta il “ritorno al futuro” di Woody Allen che, giunto al quarantesimo film, si riappropria della sua adorata città con uno dei soggetti più autobiografici che abbia mai girato, offrendoci il suo sguardo aggiornato sul mondo e sulla vita. E dove poteva farlo se non a New York City?

UN CAFFÈ ALLA VIVALDI

Boris Yellnikoff: La mia storia è “basta che funzioni” insomma, basta non fare del male a nessuno, basta rubacchiare un tantino di gioia in questo crudele uomo mangia uomo inutile e buio caos. Ecco la mia storia!

Boris racconta la sua storia, dispensa caustiche pillole di saggezza, espone ciniche teorie sociali ogni giorno agli amici del bar. E il bar è il Caffè Vivaldi, nel West Village, al n. 32 di Jones Street angolo Bleecker Street, dove la mattina si prende il caffè e la sera, in compagnia di una buona birra o un bicchiere di vino, si può cenare ascoltando giovani musicisti del Village che eseguono sonate di Mozart, cantautori pop e vari artisti della scena newyorkese del rock acustico. Nel momento in cui scrivo è in corso una campagna di raccolta fondi per salvare questo ritrovo della città, oggi a rischio di sfratto.  L’iniziativa è sostenuta da un video che ricorda tutti i personaggi del mondo dell’arte (oltre ad Allen, Al Pacino, Andy Warhol, Bob Dylan…) che hanno avuto a che fare con lo storico locale.

SCACCO MATTO

Boris Yellnikow: Scacco matto, stupida cimice!
Mamma del bambino:
Hey, ha solo otto anni signor Yellnikow, lei è pagato per insegnargli, non per insultarlo!
Boris Yellnikow:
Sì, ma tanto sarà un incompetente anche a cinquantotto!

Da ex professore di fisica in lizza per il premio nobel Boris è finito a guadagnarsi la giornata tenendo lezioni private di scacchi a bambini del quartiere, che i genitori gli affidano sperando che lui faccia emergere la loro – presunta – genialità. In realtà Boris quasi si diverte a umiliare i suoi allievi.

Non solo li sconfigge, ma li aggredisce, li mortifica e non sente nessun bisogno di scusarsi con le mamme apprensive. Tutto questo avviene nel Village Chess Shop, negozio al n. 230 di Thompson Street, piccolo tempio degli appassionati di scacchi sin dal 1972 e primo luogo della città ad offrire ai giocatori la possibilità di poter acquistare scacchiere provenienti da tutto il mondo, nonché a Boris di rovesciare in testa a un ragazzino incapace tutti i pezzi.

TI OFFRO UNO KNISH!

Melody: Ma questo che cos’è ?
Boris Yellnikow:
E’ un knish!
Melody:
E con che è fatto?
Boris Yellnikow:
Io queste cose le mangio da anni, sono squisite. Non lo so che c’è dentro, non lo voglio sapere. Non ne voglio neanche parlare.

Diciamo subito che gli knish sono un alimento tipico della tradizione ebraica, in pratica dei fagottini al forno ripieni di qualsiasi cosa, dalle patate lesse con cipolla, al salmone con la panna, alla  carne con gli spinaci. Il posto migliore dove assaggiarli è quello ripreso con affetto, quasi con ossequio, da Woody Allen: l’antico panificio Yonah Shimmel al n. 137 di Houston Street, in attività dal 1910, la cui insegna artigianale è un monumento al vintage.

LA TOMBA DI GRANT

Boris Yellnikoff: Ho passato tutta la vita a New York, mai voluto andare sulla tomba di Grant. Adesso so perché.
Melody:
Perché?
Boris Yellnikoff:
Non voglio andare su nessuna tomba. Mai!

Boris si trova, suo malgrado, a fare da cicerone a Melody in giro per New York. Riluttante, la porta a Battery Park all’estremo sud dell’isola di Manhattan per vedere dal molo la Statua della Libertà e poi si spinge a nord, all’angolo della 122nd Street e la Riverside Drive dove c’è la monumentale Tomba di Grant. Siamo a Riverside Park, zona verde sulla costa occidentale dell’isola, nel quartiere noto come Morningside Heights. Il mausoleo ospita le spoglie del generale Ulysses S. Grant, divenuto il diciottesimo presidente degli USA. La tomba, ultimata alla fine dell’800, ricorda molto quella di Napoleone a Parigi ed è uno degli esempi newyorchesi di importazione delle beaux arts francesi. Poco visitata dai turisti europei, magari perché in fondo in fondo anche noi tanta voglia di andare a New York per vedere una tomba non ce l’abbiamo.

CHINATOWN!

Boris Yellnikoff: Certe notti non riesco a dormire, gironzolo per Mott Street, spiegando ai cretini che anche se ce n’è uno alla Casa Bianca un nero ancora non riesce a salire su un taxi a New York.

Boris gira sempre per Chinatown, non solo di notte e non solo a Mott Street, la strada più famosa del quartiere cinese di New York. E lì che finiscono a vivere newyorchesi che vogliono risparmiare, che hanno abbandonato i quartieri alti dei palazzoni con gli ascensori che si aprono direttamente nell’appartamento e i portieri in livrea, ma che vogliono rimanere “dentro” Manhattan. Boris ama quelle strade, passare un po’ di tempo tra i banchi di frutta, celebrare il rito quotidiano della spesa nella macelleria-pescheria New Sam Kee Jan al n. 24 di Catherine Street, oppure alla rosticceria di Cheong Ming al n. 19. È Boris stesso a comunicare agli spettatori le gioie di questa vita circoscritta, abitudinaria, in uno dei tanti momenti di metacinema del film, con Woody Allen che fa rivolgere il protagonista direttamente agli spettatori da un set quasi documentaristico, stilisticamente lontano dalle immagini da cartolina del suo ultimo film girato a Roma.

DOG CITY

Che la storia tra Boris e Melody non sia destinata a durare in eterno è una sensazione che coglie lo spettatore sin dal momento in cui i due si conoscono. E non è solo l’arrivo della madre in città a cambiare le carte in tavola. La ragazza comincia a “newyorkesizzarsi” e lo fa iniziando a lavorare in una delle attività preferite dai giovani che arrotondano le entrate, ovvero la dog sitter, l’accompagnatrice di cani. Per la cronaca, si possono guadagnare dai 10 ai 20 dollari l’ora e, poi, si possono fare ottimi incontri come quello che fa Melody all’incrocio della East 10th Street e Stuyvesant Street, spazio che fa parte dell’area pubblica nota come l’Abe Lebewohl Triangle, in pieno East Village, di fronte alla chiesa di St. Mark in the Bowery.

HAPPY NEW YEAR (IN THE VILLAGE) !

Dopo il vortice dei girotondi sentimentali che caratterizza la parte conclusiva del film si arriva ad un finale che coincide con i festeggiamenti del Capodanno, sinonimo a New York di festa a Times Square. Woody Allen la inquadra questa festa, ma i protagonisti sono altrove, tutti nell’appartamento di Boris nell’East Village, tirato a lucido grazie alla nuova compagna Helena (l’avevamo detto che quella casetta era niente male). Niente festa in piazza, ma anche niente cene di lusso in smoking e abito lungo. Una bottiglia di champagne, quattro palloncini, lampade cinesi di carta circondati dai muri in mattoni rossi. Allen ama la New York del Village e molti anni fa, il 25 luglio del 2000,  rilasciò questa dichiarazione sul New York Times: “Come regista che ha cercato di immortalare Manhattan nel suo massimo splendore e fascino, vorrei aderire alla presa di posizione di alcuni residenti del Greenwich Village contro il progetto della New York University di costruire un edificio di 13 piani nella terza strada ovest, distruggendo due costruzioni di rilevanza storica, tra cui una casa dove visse Edgar Allan Poe.

Come andò a finire? Non benissimo, ma poteva andare anche peggio. La casa di Poe è stata smantellata, ma la facciata è stata ricostruita (senza usare i mattoni originali, sic!) e inserita nella nuova struttura universitaria. All’interno una stanza è stata dedicata allo scrittore e una targa sull’ingresso ricorda l’importanza storica dell’edificio.

Grazie lo stesso, Woody.

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La sezione New York Movies è curata da Francesco Argento. Giornalista pubblicista, vive a Roma, si occupa di cinema, letteratura e fumetti, e dal 1995 al 2006 ha collaborato all’edizione italiana di Batman curando articoli e redazionali. È un appassionato studioso della città di New York, alla quale ha dedicato il blog Romanzi a New York.

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