Vincent Lindon è una presenza incontenibile. Allo stesso tempo discreto e infuocato, viscerale e millimetrico, tanto come attore (è un vero e proprio poeta della recitazione) quanto come uomo, almeno da ciò che traspare di lui dal nostro incontro. Gentile, sorridente, ti versa il vino mentre compara l’amore assoluto – e i colpi di fulmine – al cinema, si premura di non travisare le sue risposte (memore di brutte esperienze passate), talvolta abbozza qualche frase in italiano, se si interrompe per parlare al telefono si giustifica: «È mia figlia!», e ti mostra il nome sulla schermata.

Incontrarlo, lui corpo cinematografico vibrante e commovente, è un’esperienza. E per rendersi conto del perché sia uno dei migliori attori francesi viventi, basta guardare le  prove maiuscole che regala in Tutti i nostri desideri, Les salauds, Anything for Her e nell’ultimo La legge del mercato (nei cinema italiani dal 29 ottobre), dramma per cui ha vinto il premio come Miglior attore all’ultimo Festival di Cannes. Nel film Lindon interpreta il disoccupato cinquantenne Thierry, che viene assunto come addetto alla sicurezza in un supermercato e si trova di fronte a un dilemma morale: denunciare i piccoli furti di gente più sfortunata di lui, o far finta di non vedere e rischiare così di perdere il lavoro duramente ottenuto?

Best Movie: Questo film pone inevitabilmente una domanda a noi spettatori, come esseri umani, ovvero cosa avremmo fatto al posto di Thierry. Dunque, a tuo parere, quanto e come il cinema può riuscire ad aprire gli occhi e a smuovere le coscienze?
Vincent Lindon: «La domanda stessa contiene la risposta, per il modo in cui è formulata, nel momento in cui ce la si pone, perché se il pubblico si identifica in Thierry, se si chiede cosa farebbe al suo posto e quale scelta opererebbe, allora è evidente che il cinema ha effettivamente il potere di risvegliare la coscienza, ed è il motivo per cui noi abbiamo deciso di fare questo film, perché volevamo e speravamo che il pubblico si sarebbe posto questo interrogativo».

BM: Il cinema, dunque, ha il potere di essere profondamente incisivo…
VL: «Sì, d’altra parte una vita senza cinema, senza pittura, senza musica, non sarebbe una vita, il mondo sarebbe davvero drammatico. Questo perché ci possono prendere e portare via tutto, ma non il sogno, non la capacità che abbiamo di sognare, di fantasticare, di provare piacere per qualcosa. Ciò non ci può essere sottratto. Ci possono togliere la libertà, i soldi, il lavoro, la vita stessa, ma non ci possono impedire di pensare. E anche rinchiusi in una piccola cella riusciamo comunque ad addormentarci e a sognare e immaginare. Il cinema è uno strumento straordinario per alimentare questi desideri, queste voglie, queste fantasie e questi pensieri, e per darci la forza di cambiare».

BM: Nella tua filmografia si nota un filo rosso, le precise scelte che fai ti portano a titoli non facili, molto intensi, viscerali, ancorati alla realtà. C’è un genere che ti attira ma che non hai ancora avuto l’occasione di sperimentare?
VL: «Non ho un genere cinematografico prediletto, non ho un tipo di film che preferisco. Ho attraversato parecchi generi: dalle commedie (Paparazzi, La crisi!), ai thriller (Anything for Her)… Quando mi piace una cosa la faccio. Infatti paragonerei il cinema all’amore, ma poi rischierei di sembrare misogino – nelle interviste voglio poter dire quello che penso, però desidero che venga riportato correttamente, e non decontestualizzato o tagliato, perché altrimenti le mie dichiarazioni diventano fuorvianti, false. Comunque, è vero che recentemente mi sono soprattutto cimentato in pellicole dalle tematiche più sociali, ma ora mi hanno offerto una commedia, devo ancora leggere il copione e spero mi piaccia. Poi, prossimamente interpreterò tre personaggi storici – tra cui Casanova -. Insomma, posso provare qualsiasi ruolo, qualsiasi cosa, ciò che conta è che mi faccia sognare».

BM: Mi spieghi meglio la metafora tra donne e cinema a cui facevi riferimento?
VL: «Io amo le donne, non faccio differenza tra le alte o le basse, le magre o le grasse, le bionde o le brune, allo stesso modo in cui amo il cinema e non un genere cinematografico preciso, bensì il cinema tutto. Per quanto riguarda le donne, cerco sempre quell’istante, quel giorno, quell’ora in cui sento qualcosa. Lo stesso avviene per il cinema: una sceneggiatura o un personaggio mi deve far sentire qualcosa. A prescindere dal genere, come a prescindere dai capelli, o dalla classe sociale, eccetera. Un film che non mi ha interessato due mesi fa può interessarmi oggi, perché posso trovarmi in uno stato d’animo o in una situazione che mi fa sentire in modo diverso, come voi giornalisti. Quando, ad esempio, hai una proiezione alle dieci del mattino ma magari sei andata a letto tardi o hai litigato con il fidanzato, e il fatto che ti possa piacere o meno il film che vedi dipende dal tuo stato d’animo di quella mattina. La stessa cosa avviene nell’amore, perché puoi incontrare una donna dieci o dodici volte e neanche guardarla, e poi un giorno, chiedendole di passarti il sale o dandole una sigaretta ti domandi come hai potuto vivere senza innamorarti di lei fino a quel giorno. E capita quel giorno, perché è un giorno particolare; avviene nel cinema come avviene nell’amore e questa, secondo me, è l’arte».

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