Odissea, quale versione ha usato Nolan per il film
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Quale versione dell’Odissea ha usato Christopher Nolan e perchè è così importante saperlo

Il film arriva oggi al cinema e riporta Omero nel grande spettacolo. Ma dietro il kolossal c’è anche una traduzione moderna, discussa e decisiva per leggere il mito greco

Quale versione dell’Odissea ha usato Christopher Nolan e perchè è così importante saperlo

Il film arriva oggi al cinema e riporta Omero nel grande spettacolo. Ma dietro il kolossal c’è anche una traduzione moderna, discussa e decisiva per leggere il mito greco

Anna Hathaway come Penolope in Odissea

Odissea arriva oggi nelle sale italiane e segna il primo incontro di Christopher Nolan con l’epica antica. Dopo aver attraversato il noir, il cinecomic, la fantascienza, il film di guerra e il biopic storico, il regista premio Oscar porta sullo schermo uno dei testi fondativi dell’immaginario occidentale: il poema attribuito a Omero, costruito attorno al ritorno di Odisseo a Itaca dopo la guerra di Troia. Un materiale apparentemente lontanissimo dal cinema di Nolan, eppure molto vicino ad alcune delle sue ossessioni più riconoscibili: il tempo, il trauma, la colpa, la memoria, il desiderio di tornare a casa e l’impossibilità di farlo davvero da uomini uguali a prima.

Il film, interpretato da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Charlize Theron, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson e altri nomi di primo piano, si presenta come un kolossal mitologico girato con tecnologia IMAX, ma la sua importanza non sta solo nella scala produttiva. Odissea è un film femminista e pacifista, interessato non tanto alla celebrazione dell’eroe guerriero quanto alle conseguenze della guerra, alle ferite che lascia e alle figure che costringono Odisseo a fare i conti con ciò che ha visto, fatto e rimosso. Per capire questa prospettiva, è utile guardare anche alla versione del poema che Nolan ha citato tra le ispirazioni del film: la traduzione inglese di Emily Wilson.

Quale versione dell’Odissea ha usato Nolan

Il poema di Omero, si sa, è un testo antico, stratificato, trasmesso e tradotto innumerevoli volte, e un adattamento cinematografico di questa portata nasce inevitabilmente da più materiali, più letture e più scelte narrative. Pur non limitandosi solo a questa traduzione, per la sua visione del racconto Christopher Nolan ha citato la versione di Wilson, richiamando in particolare il suo celebre incipit: «Tell me about a complicated man», cioè «Raccontami di un uomo complicato».

La frase è importante perché cambia subito il modo in cui si guarda a Odisseo. Nelle traduzioni più scolastiche o tradizionali, l’eroe viene spesso presentato soprattutto come astuto, ingegnoso, multiforme, capace di trovare una via d’uscita da ogni pericolo. Wilson, invece, sceglie complicated per rendere il greco polytropos, parola difficilissima da comprimere in un solo aggettivo, che contiene l’idea del viaggio, della svolta, dell’inganno, dell’adattabilità e dell’ambiguità. Odisseo non è soltanto un eroe intelligente: è un uomo mobile, contraddittorio, segnato dalle proprie scelte e dalla violenza del mondo che attraversa.

Chi è Emily Wilson e perché la sua traduzione ha fatto discutere

Emily Wilson è una classicista britannico-americana, docente alla University of Pennsylvania. La sua traduzione dell’Odissea è uscita nel 2017 per W. W. Norton ed è diventata subito un caso culturale anche perché Wilson è stata la prima donna a pubblicare una traduzione completa del poema in inglese direttamente dal greco omerico. Ma ridurre l’importanza del suo lavoro a questo primato sarebbe limitante. La sua Odissea ha attirato l’attenzione perché unisce rigore filologico, lingua accessibile e una forte consapevolezza delle implicazioni morali e sociali del testo.

Wilson traduce il poema in pentametro giambico, un metro tradizionale della poesia inglese, cercando di mantenere il ritmo e la compattezza dell’originale. La sua lingua è chiara, diretta, meno solenne di molte versioni precedenti, ma non per questo semplificata. L’obiettivo non è modernizzare Omero per renderlo più comodo al presente, bensì togliere alcune patine accumulate nel tempo e far emergere aspetti che certe traduzioni avevano attenuato. Uno degli esempi più citati riguarda le donne schiave nella casa di Odisseo: dove altre versioni usavano termini più morbidi, Wilson preferisce parole che rendono esplicita la loro condizione. Non serve a trasformare il poema in qualcosa che non è, ma a ricordare ciò che il testo già contiene: gerarchie, violenza, dominio, corpi usati come strumenti di potere.

È anche per questo che la traduzione di Wilson è stata spesso definita femminista, a volte in modo corretto, a volte in modo polemico o riduttivo. La questione non è aggiungere dall’esterno un’agenda contemporanea, ma leggere con attenzione ciò che accade nel poema: chi parla, chi viene zittito, chi subisce, chi decide, chi paga il prezzo del ritorno dell’eroe. In questo senso, la sua versione aiuta a spostare lo sguardo da Odisseo come semplice protagonista assoluto a un mondo più ampio, attraversato da rapporti di forza e da personaggi femminili che non sono soltanto tappe del viaggio.

Perché questa versione aiuta a capire l’Odissea di Nolan

Il collegamento con il film di Nolan diventa allora particolarmente interessante. Se l’Odissea viene letta solo come racconto di avventure, mostri e prove da superare, il rischio è ridurla a una sequenza di episodi spettacolari: Polifemo, Circe, Calipso, le Sirene, il ritorno a Itaca, la vendetta sui Proci. Tutto questo c’è, naturalmente, e in un kolossal cinematografico diventa materiale visivo potentissimo. Ma il cuore del poema è anche altro: è il dopo la guerra, il peso del passato, la difficoltà di ricomporre una famiglia, la distanza tra l’eroe cantato e l’uomo che torna.

Da questo punto di vista, l’idea di un uomo complicato dialoga bene con il cinema di Nolan. I suoi protagonisti sono spesso figure attraversate da ossessioni e zone d’ombra: uomini brillanti, determinati, capaci di piegare il mondo alla propria volontà, ma anche prigionieri di colpe, traumi e autoinganni. Odisseo, letto attraverso Wilson, non è soltanto il vincitore di Troia o il genio del cavallo che inganna i nemici. È un reduce, un sopravvissuto, un uomo che cerca casa mentre il passato continua a seguirlo.

Questa chiave permette anche di capire perché il film possa essere raccontato come femminista e pacifista. Pacifista, perché non mette al centro la gloria della guerra, ma le sue conseguenze. Femminista, perché le figure femminili dell’Odissea non sono semplici ostacoli, tentazioni o attese immobili, ma presenze che rivelano qualcosa dell’eroe e del mondo che lo ha prodotto. Circe, Calipso, Penelope, Elena, Clitennestra, Atena e le Sirene diventano, ciascuna a modo proprio, strumenti di conoscenza e di crisi. Non servono solo a far avanzare l’avventura: costringono Odisseo, e lo spettatore, a guardare ciò che l’epica tradizionale tendeva spesso a lasciare ai margini.

Una traduzione non corretta, ma consapevole

Il punto, quindi, non è stabilire se la traduzione di Emily Wilson sia più giusta delle altre in senso assoluto. Ogni traduzione è già un’interpretazione, soprattutto quando si confronta con un testo antico, nato in una tradizione orale e arrivato a noi attraverso secoli di trasmissione, commenti, riscritture e letture scolastiche. La differenza è che Wilson rende molto visibile questa responsabilità: ogni parola scelta per Odisseo, Penelope, le schiave, i Proci o le divinità modifica il modo in cui il lettore percepisce potere, violenza, desiderio e colpa.

Per questo sapere che Nolan ha citato proprio quella versione è utile. Non perché Odissea debba essere considerato l’adattamento cinematografico della Wilson, ma perché quella traduzione offre una chiave per capire il tipo di mito che il film sembra voler portare sullo schermo: una storia antichissima riletta attraverso domande contemporanee. Che cosa resta di un uomo dopo la guerra? Che cosa significa tornare? Chi paga il prezzo del ritorno? E quante voci servono davvero per raccontare l’Odissea?

Il cinema di Nolan ha spesso lavorato su personaggi convinti di poter dominare il tempo, la materia, la memoria o la storia. Con Odisseo incontra forse il più antico di questi uomini complicati: un eroe che sopravvive perché sa cambiare forma, mentire, resistere, ricordare e dimenticare. La traduzione di Emily Wilson non spiega da sola il film, ma aiuta a entrare nel suo punto più interessante: l’Odissea come racconto vivo, ancora capace di mettere in discussione l’idea stessa di eroismo.

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