C’è un film che molti spettatori non dimenticano, ma non nel senso positivo del termine perché sia stato commovente, profondo o particolarmente bello. Martyrs, horror francese diretto da Pascal Laugier, è uno di quei film che più che guardarlo, si sopporta. A distanza di anni dalla sua uscita, c’è ancora chi racconta di esserne rimasto traumatizzato, di essersi pentito di averlo visto, e qualcuno arriva persino a dire che pagherebbe per poter cancellare quell’esperienza dalla propria memoria. Non è un’esagerazione: per molti, Martyrs non è intrattenimento, ma uno stillicidio cinematografico.
Il film si apre con Lucie, una ragazza fuggita da un luogo di tortura, che anni dopo rintraccia quelli che crede siano i suoi aguzzini e li uccide brutalmente. Con lei c’è Anna, l’amica che l’ha sempre sostenuta, ma da quel momento la storia prende una piega ancora più oscura. I due protagonisti cadono in una spirale di orrore crescente, dove la violenza fisica è solo l’inizio. Lucie è perseguitata da visioni terrificanti, ma ciò che attende Anna è ancora peggio: la scoperta di un’organizzazione segreta che crede nella possibilità di trascendere la realtà attraverso il dolore estremo. Le torture a cui viene sottoposta non sono crudeli per sadismo, ma metodiche, quasi religiose. L’obiettivo è portarla al limite della morte, in uno stato di martirio che possa svelare cosa si cela nell’aldilà. Il film non si accontenta di far soffrire i suoi personaggi: obbliga anche lo spettatore a restare con loro, senza stacchi, senza sollievo. Laugier costruisce un’esperienza visiva spietata, che sfida la morale e mette in crisi il concetto stesso di empatia. Non ci sono eroi, redenzione o catarsi, ma solo un finale disturbante che lascia senza parole.
Le reazioni del pubblico raccontano l’effetto devastante del film meglio di qualsiasi recensione tecnica. Su Letterboxd, piattaforma dove cinefili di tutto il mondo condividono opinioni, il tono dominante è quello del pentimento. C’è chi scrive che il film dovrebbe venire accompagnato da una terapia obbligatoria, altri raccontano di aver dovuto fermarsi più volte per riuscire ad arrivare alla fine. «Non è un film da vedere, è un film da sopravvivere», scrive un utente. Qualcuno lo definisce un capolavoro, ma aggiunge: «Non lo riguarderò mai più. Mi ha fatto sentire vuoto, e non in senso poetico». Un altro commento recita: «Un film che ti guarda dentro e ti schiaccia. E poi ci sputa sopra». Anche tra chi ne riconosce il valore artistico, la sofferenza resta al centro: «Un’esperienza cinematografica radicale e necessaria, che non consiglierei a nessuno». C’è chi ammette: «L’ho visto per curiosità, ma quando è finito ho solo pensato: avrei preferito non sapere che questo film esiste».
Martyrs è quindi molto più di un horror estremo. È un atto di violenza psicologica sul pubblico, un film che esiste per essere odiato e ricordato, non amato. E se è vero che il cinema può colpire al cuore, qui è come se lo facesse con un martello. Alcuni spettatori lo ammirano, altri lo detestano. Ma quasi tutti, alla fine, concordano su una cosa: non lo dimenticheranno mai.
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