C’è un film che, sin dal suo debutto nel 2016, ha scioccato, disgustato e – come spesso capita in questi casi – conquistato un manipolo sempre più agguerrito di fan. Si intitola The Greasy Strangler, e non è un horror nel senso classico del termine, ma un delirio grottesco che mescola umorismo surreale, immagini volutamente ripugnanti e una messa in scena così kitsch da sembrare un incubo prodotto negli anni ’80.
A nove anni dall’uscita, The Greasy Strangler è diventato un film di culto: il tipico titolo che non consiglieresti mai a cuor leggero, ma che ha un fascino magnetico proprio per quanto è disturbante. Un’esperienza estrema che ha spaccato pubblico e critica, tra chi lo ha bollato come “immondizia insostenibile” e chi lo considera una brillante provocazione sul cattivo gusto.
Il film è diretto da Jim Hosking e prodotto da Elijah Wood (sì, proprio lui!), grande appassionato di cinema underground che a breve vedremo infatti anche nel remake di The Toxic Avenger. Racconta la storia di Big Ronnie e di suo figlio Big Brayden, due squallidi personaggi che vivono insieme e organizzano tour turistici ispirati alla disco music. La convivenza si fa tesa quando entrambi si innamorano della stessa donna, ma il vero problema è che Ronnie di notte si trasforma nel misterioso “Strangolatore Untuoso”, un maniaco coperto di grasso che uccide le sue vittime strangolandole a mani nude.
Nel film in questione c’è grasso, in quantità industriali, nei piatti, sui corpi, ovunque. The Greasy Strangler è un altro di quei film che non è pensato per piacere ma per mettere alla prova la resistenza dello spettatore. Dialoghi ripetitivi, nudità scomode (protesi genitali esagerate incluse), effetti sonori molesti e scene di una bruttezza studiata al millimetro: tutto è progettato per far idere e vomitare nello stesso momento.
Sotto questo strato di lardo narrativo, c’è però una certa certa coerenza. Il film è una satira iperbolica del cinema indipendente che prende in giro le convenzioni di forma e contenuto, trasformando l’abiezione in linguaggio espressivo. E nel suo nonsense, nasconde perfino momenti teneri, relazioni tossiche raccontate con parodia grottesca, e un’estetica low-fi che ricorda quella del primo Harmony Korine.
Se siete fan dei film “così brutti da essere geniali”, The Greasy Strangler è un rito di passaggio. Un trip lisergico dove il disgusto diventa forma d’arte e il cattivo gusto una dichiarazione d’intenti. Insomma: non è per tutti, ma sicuramente da scoprire.
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