Questo assurdo horror scandinavo trasforma i vincitori di Eurovision in mostri assassini
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Questo assurdo horror scandinavo trasforma i vincitori di Eurovision in mostri assassini

Chi ama l’horror contaminato da altri linguaggi, dovrebbe riscoprire questo incubo imperfetto ma estremamente affascinante

Questo assurdo horror scandinavo trasforma i vincitori di Eurovision in mostri assassini

Chi ama l’horror contaminato da altri linguaggi, dovrebbe riscoprire questo incubo imperfetto ma estremamente affascinante

Una scena dal film horror Dark Floors

Nel panorama dell’horror europeo, Dark Floors è un oggetto cinematografico non identificato. Uscito nel 2008 e diretto da Pete Riski, il film è noto per una particolarità difficilmente trascurabile: i mostri che inseguono i protagonisti sono interpretati dai membri della band finlandese Lordi, freschi vincitori dell’Eurovision Song Contest nel 2006. Un’idea che, fin da subito, ha fatto storcere il naso a molti critici, che lo hanno bollato come poco più di una mossa promozionale travestita da film. Eppure, a distanza di anni, Dark Floors merita una seconda possibilità, anche solo per la sua audacia visiva e narrativa.

La storia è ambientata interamente in un ospedale, dove Sarah, una bambina autistica (Skye Bennett), si sottopone a una risonanza cerebrale. Il padre Ben (Noah Huntley), preoccupato per lo stato emotivo della figlia, decide di portarla via, nonostante l’infermiera Emily (Dominique McElligott, oggi nota per il ruolo di Queen Maeve in The Boys) cerchi di dissuaderlo. I due, insieme a un uomo in giacca e cravatta, una guardia e un anziano afflitto dal desiderio di morire, salgono su un ascensore. Da qui, il film prende una piega surreale: qualcosa si guasta, ma invece di rimanere bloccati, i personaggi escono in un ospedale che non è più lo stesso. Gli orologi sono fermi, la pioggia fuori dalle finestre è sospesa a mezz’aria, il personale medico è inspiegabilmente morto. Il gruppo si ritrova in una dimensione sospesa, dove la realtà ha perso ogni logica.

L’atmosfera è subito densa, opprimente, ma il vero orrore non si manifesta subito. Nei primi trenta minuti, Dark Floors si affida più alla tensione ambientale e al senso di straniamento che a effetti shock. Poi, uno dopo l’altro, fanno il loro ingresso i cinque mostri — figure inquietanti vestite di pelle, con corna, zanne, spine e un’estetica che richiama tanto l’universo heavy metal quanto il fantasy più oscuro. A sorpresa, non si limitano a inseguire i protagonisti, ma sembrano avere un interesse particolare per Sarah, quasi come se tutto quel mondo distorto fosse legato a lei.

Ed è qui che Dark Floors inizia a svelare le sue vere intenzioni. Dietro l’apparenza da film horror “gimmick”, costruito attorno a una band famosa, si nasconde un’opera più ambiziosa. La chiave di lettura più interessante è quella che vede l’intera vicenda come un viaggio nella mente di Sarah, una bambina che osserva il mondo attraverso una lente diversa, alterata, carica di paura e incomprensione. In quest’ottica, l’ospedale non è più un luogo di cura, ma una prigione. I personaggi che la accompagnano assumono contorni simbolici: il padre devoto, l’infermiera gentile, l’anziano saggio, l’uomo codardo e irritante in giacca e cravatta (interpretato da William Hope, il tenente Gorman di Aliens), sono archetipi proiettati nella sua coscienza. E anche i mostri, in fondo, sono l’incarnazione delle sue paure: creature grottesche che ricordano un programma musicale televisivo, rese spaventose dalla potenza dell’immaginazione infantile.

Dal punto di vista tecnico, il film è sorprendentemente curato. Con un budget di oltre quattro milioni di dollari — uno dei più alti per una produzione finlandese —, Dark Floors investe pesantemente in effetti visivi, scenografie e atmosfera. L’ospedale distorto in cui si muovono i protagonisti è una delle creazioni più affascinanti del film: ogni corridoio, ogni stanza sembra sospesa in un limbo tra la realtà e l’incubo, con tocchi visivi che ricordano Silent Hill (più il videogioco che l’adattamento cinematografico) e The Langoliers di Stephen King. È un set inquietante ma anche stranamente bello, ricco di dettagli gotici e suggestioni surreali.

Certo, non mancano i difetti. La narrazione può risultare confusa, il ritmo altalenante, e alcune scelte sembrano più legate alla necessità di valorizzare i Lordi che a esigenze di trama. Ma proprio questi aspetti contribuiscono a renderlo un film fuori dagli schemi. In un’epoca in cui l’horror tende sempre più spesso alla standardizzazione, Dark Floors ha il coraggio di essere qualcosa di diverso: un esperimento strano, imperfetto, ma affascinante.

In definitiva, Dark Floors è uno di quei film che si amano o si odiano, ma che difficilmente si dimenticano. Non sarà piaciuto alla critica, ma merita di essere riscoperto da chi cerca qualcosa di originale, da chi ama l’horror contaminato da altri linguaggi, o semplicemente da chi è curioso di vedere cosa succede quando una band mascherata di mostri decide di trasformare un incubo in un film.

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Fonte: Collider

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