Questo horror del 2022 è l’omaggio più folle (e cruento) a Saw che abbiate mai visto
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Questo horror del 2022 è l’omaggio più folle (e cruento) a Saw che abbiate mai visto

Un B-movie sanguinario, autoironico e fuori controllo che sembra uscito direttamente dal lato più folle degli anni 2000

Questo horror del 2022 è l’omaggio più folle (e cruento) a Saw che abbiate mai visto

Un B-movie sanguinario, autoironico e fuori controllo che sembra uscito direttamente dal lato più folle degli anni 2000

Quando un film come Saw lascia un segno così profondo nel panorama horror, è inevitabile che negli anni seguenti si moltiplichino i tentativi di imitarlo, omaggiarlo o addirittura dissacrarlo. Death Count, uscito nel 2022 in un silenzio quasi assordante, è tutto questo insieme: un’imitazione sfacciata, una parodia sanguinaria, ma anche un sorprendente tributo a un certo modo di intendere l’horror, dove il corpo è al centro dell’inquadratura e il dolore diventa spettacolo.

Diretto da Michael Su, e con protagonisti Costas Mandylor (volto familiare ai fan della saga di Saw) e Michael Madsen, Death Count non cerca mezze misure. In poco più di 80 minuti si concentra tutto ciò che ha reso popolare il sottogenere del “torture porn”: sadismo, claustrofobia, meccaniche di gioco mortali e una regia che flirta con l’estetica dei reality show.

La premessa è semplice ma d’impatto: otto persone si svegliano rinchiuse in celle di cemento, una per ciascuno. Una voce anonima li informa che dovranno partecipare a un “gioco” trasmesso in diretta. Non basta obbedire: dovranno guadagnarsi il favore del pubblico a colpi di like. Chi piace di più, vive. Chi non intrattiene abbastanza, muore. E non si tratta di morti simboliche: nel giro di pochi minuti, Death Count mostra un’esecuzione brutale come avvertimento per chi non vuole giocare.

C’è qualcosa di inquietante nel modo in cui il film mescola meccaniche da social network con la violenza fisica. Le prove diventano gare a chi si ferisce in modo più spettacolare, in una escalation che mette a confronto la sete di sopravvivenza con la spettacolarizzazione della sofferenza. E mentre il pubblico virtuale osserva e applaude, lo spettatore reale si trova a riflettere, forse con un brivido, su quanto sia sottile il confine tra fiction e realtà.

Lontano dalla CGI iperrealistica di molti horror moderni, Death Count sceglie la via degli effetti pratici. Il risultato è un gore tangibile, viscerale, che fa male agli occhi e allo stomaco. Ci sono occhi che esplodono, denti che saltano, carni lacerate con un’attenzione quasi artigianale. Alcune sequenze sembrano uscite da una fiera del body horror anni 2000, tanto da far tornare alla mente film come Hostel e The Human Centipede.

Un punto di forza del film è il suo approccio autoironico. Una delle sequenze più evidenti in questo senso è quella con un telegiornale fittizio che, parlando del caso, cita apertamente Saw e Hostel. È come se gli autori sapessero benissimo quanto siano derivativi, e avessero deciso di abbracciare il paragone invece di evitarlo.

Anche il personaggio di Michael Madsen, detective senza verve e quasi caricaturale, sembra giocato in chiave satirica. Apparentemente fuori luogo, il suo ruolo finisce per incarnare lo stereotipo dell’autorità inutile nei film horror: sempre in ritardo, sempre confusa, spesso pericolosa. Non è chiaro se fosse questa l’intenzione originale, ma il risultato funziona.

Death Count è un B-movie puro, sporco e compiaciuto: un piccolo manifesto di resistenza del cinema splatter, che non chiede di essere preso sul serio, ma solo di essere guardato con occhi spalancati (e stomaco forte). Non sarà Saw, ma è un suo parente folle, rumoroso e orgogliosamente borderline.

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Fonte: Collider

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