Un villaggio isolato, una donna misteriosa accusata di stregoneria, e tre studenti che decidono di scavare dove non dovrebbero. Potrebbe sembrare la premessa di un classico horror americano anni ’70, ma Dachra, esordio del regista tunisino Abdelhamid Bouchnak, è qualcosa di molto diverso. È un film girato con pochissimi mezzi, ma con un controllo visivo e narrativo da autore esperto. Inquietante, primitivo, feroce, ma anche sorprendentemente raffinato, è uno degli horror più potenti e sottovalutati dell’ultimo decennio.
Uscito nel 2019, Dachra è diventato il primo horror tunisino ad avere una distribuzione internazionale. Eppure, nonostante un passaparola entusiasta tra gli appassionati di genere, resta oggi un film ancora largamente sconosciuto al grande pubblico. Disponibile in streaming gratuito su alcune piattaforme indipendenti, è un perfetto esempio di come il cinema horror, quando è sincero e radicato nella cultura da cui proviene, possa essere ancora oggi uno strumento di esplorazione del sacro, del tabù e del terrore puro.
La storia segue Yasmine, Walid e Bilel, tre studenti di giornalismo alla ricerca di un soggetto per il loro progetto di fine corso. Decidono di indagare sul caso di Mongia, una donna rinchiusa in un ospedale psichiatrico da vent’anni, accusata di aggressione, stregoneria e atti indicibili. I tre, ignorando ogni avvertimento, raggiungono Dachra, un villaggio remoto dove la donna sarebbe cresciuta. Là, tra superstizione, silenzi e rituali mai spiegati, scopriranno a caro prezzo che Mongia è solo l’inizio di un orrore ben più vasto.
Non si tratta di certo di una trama inedita — l’archetipo del “gruppo di estranei che entra in un luogo chiuso e viene sopraffatto da forze oscure” è un caposaldo del folk horror. Tuttavia, Dachra rilegge questo tropo con uno sguardo nuovo, radicato nella mitologia nordafricana, caricandolo di un senso di pericolo tangibile, viscerale, che cresce minuto dopo minuto. Non a caso, il film è costruito come un incubo a combustione lenta, in cui il terrore arriva per accumulo, mai per effetto.
Il personaggio di Mongia, chiave dell’enigma e presenza quasi spettrale per buona parte del girato, rappresenta l’incontro tra l’orrore arcaico e la follia moderna. Le sue urla, i suoi occhi fissi, la sua storia mai del tutto chiarita, fanno di lei il cuore simbolico del film. Ma a spaventare davvero è il senso che nulla potrà mai essere spiegato razionalmente: non c’è scienza che tenga, né giornalismo che possa documentare ciò che accade a Dachra.
In tempi recenti, l’horror si è diviso tra due anime: quella art-house, lenta, simbolica, portata avanti da studi come A24; e quella più tradizionale, fatta di jump scare, sangue e cattiveria pura. Dachra riesce miracolosamente a conciliare entrambe. Possiede l’atmosfera cupa e i lenti movimenti di macchina dei film più “alti”, ma sa colpire con improvvisi scatti di violenza e con una regia nervosa quando serve. Yasmine, interpretata dalla bravissima Yassmine Dimassi, diventa progressivamente il nostro tramite: sconcertata, impaurita, ma sempre viva, sempre dentro all’orrore.
Anche dal punto di vista tecnico, il film sorprende: le ambientazioni naturali, il suono ovattato, le sequenze oniriche che si fondono con la realtà contribuiscono a creare un senso di spaesamento costante. È come se lo spettatore fosse vittima dello stesso incantesimo dei protagonisti. Ed è per questo che, una volta entrati a Dachra, non si può più uscire come prima.
Che siate fan del folk horror, dell’horror psicologico o semplicemente alla ricerca di una visione originale, Dachra è un’esperienza che merita di essere vissuta (e condivisa). Perché, a dispetto del suo budget minimo, è un film che dice moltissimo — sull’orrore, sul cinema e su noi stessi.
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Fonte: Collider
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